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[personal profile] scandalinbohemia
Titolo: Il Santo
Fandom: Originale
Rating: PG-13
Conteggio parole: 989 (W)
Scritta per: Scrittura Creativa, Lezione VI. Indicazione: scrivere un racconto in cui mentre si dilata l'attesa narrativa si inframmezzano gli elementi-chiave relativi al personaggio e alla sua storia.


Mi accostai al Santo con la massima reverenza.

Ero in coda da più tempo di quanto al mio corpo piacesse ricordare; mi tremavano le gambe e mi dolevano i piedi come se avessi la ghiaia dentro le scarpe. Stupidamente, nelle prime ore di attesa avevo continuato a trascinarli avanti e indietro sul pavimento, sbirciando l'andamento della fila da sopra la spalla del mio vicino. Inutile: la testa della coda era perduta troppo avanti, in fondo a un serpente di persone che pareva infinito. Avevo cercato di contarli, ma mi ero stancato prima di raggiungere il centinaio. Come gli altri pellegrini, avevo le lacrime agli occhi a causa del baluginio accecante delle luci. Non si vedevano fari né lampade, ma ventagli di luce bianco-giallastra brillavano da ogni lato e si riflettevano sulle pareti lisce e metalliche del santuario, confondendo i lineamenti dei compagni. In quell'abisso di luce, ogni pellegrino era solo con se stesso. Anche il sussurro più fioco rimbombava come un grido, perciò stavamo in silenzio.

Si respirava male. L'anticamera era grande; se ci fossimo disposti in fila per quattro con le braccia aperte, non ci saremmo sfiorati le punte delle dita. Invece stavamo acquattati in una stretta fila indiana, respirando i reciproci aliti e sudori, scambiandoci senza parlare e senza toccarci aspettative, sogni, paure, e il ricordo digerito dell'ultimo pasto.

Il pensiero di Ethan mi tormentava come un brutto sogno che col giorno non si dissolve. Prima di tutto questo, Ethan aveva i capelli ricci e neri, lunghi fino alle scapole. Io li portavo rasati, da militare, ma dopo la sua morte avevo smesso di tagliarli, e ora mi toccavano le spalle.

Mi domandavo se il Santo mi avrebbe riconosciuto. Se avrebbe riconosciuto Ethan nella mia faccia.

Avremmo potuto andarcene quando volevamo. Le porte da cui eravamo entrati erano ugualmente aperte agli entusiasti e ai rinunciatari. Avremmo potuto farci da parte e incamminarci per la lunga fila di quelli che ci seguivano, quelli che, se fossimo rimasti al nostro posto, avrebbero ricevuto la Verità solo dopo di noi. Certo, sempre ammesso che riuscissimo a sopportare lo sguardo umido dei confratelli che sollevavano i loro occhi pieni di luce sul nostro fallimento. Non ci avrebbero visti, né riconosciuti, e certamente mai rincontrati. Ma ci avrebbero guardati. Era idea comune che quella cecità bianca permettesse di vedere più a fondo della solita luce – forse, se si era illuminati a sufficienza, fino al fondo dell'anima.

Nessuno di quelli che mi precedevano si è ritirato. Nessuno di quelli che conosco l’ha fatto. Si dice di qualcuno che abbia rinunciato, anni fa, ma si è ucciso per la vergogna.

Ethan non si è ucciso per la vergogna. Non ha smesso di mangiare perché volesse lasciarsi morire. Non si è buttato, come dicono alcuni, perché il Santo gli ha detto di farlo.

Non voleva. È scivolato dal cornicione mentre parlava con la Verità.

Il disagio, la fatica e i piedi dolenti erano parte del cammino di purificazione che portava alla Verità. Avremmo voluto smettere di ascoltare il silenzio scricchiolante di quel serpente umano – la nebbiolina acustica infarcita del rumore irritante delle scarpe di cuoio, dei vestiti fruscianti, dei colpi di tosse – ma volevamo di più farci ricevere dal Santo. Lo spettro dei pellegrini che c'erano riusciti era un sogno rassicurante che ci invitava a restare al nostro posto, perché anche il nostro turno sarebbe arrivato.

Ancora si parlava di Ethan, nei pressi del santuario, ma non volentieri. Avevo fatto domande e ricevuto occhiatacce e scongiuri borbottati a bassa voce. Il suo nome era rimpallato tra tutti i presenti come una bestemmia. Tutti ricordavano di Ethan, che aveva tentato di uccidere il Santo.

Si diceva che il Santo fosse un uomo come noi – non proprio come noi, è ovvio, ma fatto di carne e sangue, di braccia e gambe, cuore e polmoni. Umano. Mortale, un tempo, anche se ora non più. Alcuni dicevano che fosse un angelo assurto alle più alte gerarchie dei cieli, ma gli angeli erano favole dell’uomo, storielle che non si raccontavano più neppure ai bambini, e ogni angolo dei cieli era stato da tempo occupato, colonizzato e venduto senza trovare traccia di angeli. Senza trovare traccia di Dio.

Lentamente, la coda si trascinò un passo avanti. Più tempo passava e più mi meravigliavo che Ethan, impaziente per natura, avesse potuto sopportare l’attesa infinita richiesta ai pellegrini, e non una ma ben due volte. Aveva sempre odiato le attese, per quel grado di incertezza che portano con sé, quel senso di vago, di sospeso. Da piccoli, quando i parenti giocavano a distinguerci, Ethan non resisteva e rivelava sempre chi fosse chi prima che avessero il tempo di dirlo loro.

La grande sala si immetteva improvvisamente, nel punto in cui la luce era più forte, in una stanza più piccola. Senza preavviso, senza annunci, senza varcare una porta o passare un arco, eri al cospetto del Santo. Quando alzavi gli occhi la schiena di fronte alla tua era scomparsa; intorno era tutta luce, bianca, bruciante. Piangevi. Gli occhi dolevano per lo sforzo di tenerli aperti; dietro le palpebre era tutto un arazzo di arancione e giallo.

Mi accostai al Santo con la massima reverenza, così come doveva aver fatto Ethan. Non avrei tentato di ucciderlo, perché lo sapevo impossibile. Mi aveva riconosciuto? Se l’aveva fatto, non lo dimostrò in alcun modo.

Avevo diritto a una sola domanda. Che cosa aveva chiesto Ethan? Mi girava la testa. Chiusi forte gli occhi e poi li riaprii, in preda alla vertigine. Non c’era nulla a cui appoggiarsi. La voce non uscì.

Tra le lacrime vidi la medaglia rettangolare col nome del Santo, circonfusa di luce. Sei lettere in un alfabeto che non aveva più significato, che solo il Santo sapeva leggere e decifrare.


G O O G L E


“Perché la Verità ha ucciso mio fratello?” balbettai, con un filo di voce.

Udii un ticchettio remoto e soffice, antico, come un crepitio di vecchi transistor. La risposta mi trovò in ginocchio.
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