scandalinbohemia: (Default)
[personal profile] scandalinbohemia
Titolo: Canone in re maggiore
Fandom: Sherlock Holmes
Pairing: Holmes/Watson
Rating: R
Conteggio Parole: 1627 (W)
Scritta per: Settimana #1 (fluff generico) del Fluffathlon @ [livejournal.com profile] fanfic_italia + Divano!Challenge (@ [livejournal.com profile] faechan, [livejournal.com profile] lisachanoando & [livejournal.com profile] mars25oct)
Note: Fluff, perlopiù. Per il titolo: qui (e prestate particolare attenzione al basso ostinato...).


Nel corso della mia più che decennale amicizia con Sherlock Holmes, numerosissime volte mi è capitato di accompagnarlo nelle sue indagini in ogni parte d’Inghilterra. Altrettante, però, la mia presenza non si è resa necessaria – vuoi perché Holmes aveva bisogno di agire in incognito, ricorrendo alla sua famosa maestria nell’arte del travestimento, vuoi perché il caso non richiedeva che un minimo coinvolgimento e Holmes non si era curato di scomodarmi.

In questi casi (per la verità sempre più rari col progredire della nostra amicizia, ma non così infrequenti) era mia abitudine attendere il suo ritorno nel nostro appartamento, se si era fatta sera, o un suo telegramma al St. Bart’s se era ancora giorno, così da informarmi sul buon esito dell’indagine. A volte la preoccupazione attanagliava l’attesa; altre, invece, poteva capitarmi di finire appisolato sul divano in salotto, con un libro e una coperta, e ridestarmi a notte fonda solo per scoprire che il mio amico era andato a dormire senza svegliarmi.

Quella sera del ’95, riemersi dal sonno stimolato da un intenso odore di tabacco che mi solleticava le narici. Muovendomi per liberare un braccio da sotto il corpo, sentii il tonfo attutito de I Delitti della Rue Morgue che scivolava sul tappeto, e il mio ginocchio incontrò qualcosa di solido attraverso la lana della coperta. Una spalla, scoprii subito dopo.

Sherlock Holmes volse il capo a guardarmi. Stava seduto sul tappeto con la schiena appoggiata al divano, intento a fumare una sigaretta ormai quasi interamente consumata. Sembrava sereno, perfino di buonumore. Allungò una mano a raccogliere il libro, aperto, e lo richiuse distendendo una pagina piegatasi nella caduta.

“Che ore sono?” borbottai, girandomi sulla schiena.

“Le due e mezza.”

“Sei tornato da molto?”

“Pochi minuti. Mi dispiace di averti svegliato. Torna a dormire, amico mio – russavi magnificamente.”

“Mmmmm” mormorai. Mi sentivo riposato, e raramente riuscivo a prendere sonno se c’era qualcuno sveglio accanto a me – un’idiosincrasia sviluppata ai tempi dell’esercito, quando ogni minimo movimento bastava a farmi scattare in piedi, vigile e senza più un’oncia di sonno.

“L’indagine ha avuto buon esito?” Battei il palmo sul bordo del divano, facendogli cenno di sedere vicino a me.

“Ottimo” rispose Holmes, ma non aggiunse altri dettagli ed io non ne chiesi. Schiacciò la sigaretta nel posacenere e si tirò a sedere sul divano, appoggiandomi una mano calda al centro del petto. Con il pollice prese a giocherellare coi bottoni della mia camicia, e intanto mi studiava in volto come se qualcosa di nuovo e curioso vi fosse cresciuto sopra mentre dormivo.

“Ho qualcosa di strano…”, Holmes mi posò un dito sul mio zigomo, seguendo la traccia di una linea visibile solo a lui stesso, “… in faccia, amico mio?” terminai, sentendo un improvviso calore avvampare dentro le guance.

“Solo le pieghe del divano” rispose lui, assorto. Portò il pollice sulla punta del mio mento, dove la pelle strofinò con una lieve frizione sulla leggera ricrescita della barba.

“Si direbbero estremamente interessanti, a giudicare da…”

Il polpastrello sul mio labbro inferiore mi privò, per un istante, del dono della parola. Le dita di Holmes sono strumenti raffinati, dotati della massima sensibilità e precisione, e nessuno al mondo, per quanto ne so, sa usarle in maniera altrettanto squisita. Alla prima carezza, ogni traccia residua di sopore evaporò come una goccia di rugiada al sole.

“Posso affermare senza tema di smentita di aver osservato un considerevole numero di persone al momento del risveglio” mormorò Holmes, abbandonando l’esplorazione tattile della mia bocca per muovere invece verso la tempia e l’orecchio destro.

“Questa affermazione è assai poco da gentiluomo” ribattei, sentendo l’organo in questione arrossarsi sotto un’improvvisa quanto magistrale carezza amministrata dalle dita di Holmes.

“Solo se ne trai deduzioni sconvenienti, come stai facendo.” Mi rivolse un sorriso lento, insolitamente tenero; quasi innocuo. Era stata una lunga giornata per tutti e due, riflettei, sollevando una mano per affondare le dita tra i suoi capelli. “Quello che volevo dire, dottore, è che ben poche persone hanno il dono di apparire altrettanto attraenti e desiderabili appena sveglie.”

“Hai studiato la casistica?” Gli strinsi tra le dita le ciocche corte sulla nuca, attirandolo più vicino.

“Approfonditamente.”

La distanza non era che un pugno di centimetri, adesso; la colmai, attirato dalle labbra di Holmes odorose di tabacco e fumo come un ragazzino è attirato dalla sua prima sigaretta. Holmes si piegò su di me con grazia, prendendomi il viso in una mano. L’altra la sentii appoggiarsi vicino al mio fianco, per sostenere il suo peso, e se non vi era ragione logica perché questa azione dovesse portare via con sé l’orlo della coperta, pure non ritenni di dover protestare. Il fianco di Holmes premette contro il mio – scomodamente, poiché l’uomo ha ossa straordinariamente puntute che protrudono nei momenti più inaspettati dalle zone più magre della sua anatomia – ma la scomodità non durò che qualche istante, perché Holmes interruppe il bacio un momento dopo.

Aveva due chiazze rosa intenso sulle guance e le labbra umide; con un lampo tanto malizioso quanto fulmineo negli occhi, Holmes si passò la punta della lingua sulle labbra come per raccoglierne il sapore.

“È molto tardi” osservai, particolarmente soddisfatto del modo in cui le parole risuonavano nel silenzio del salotto. “Suggerirei di ritirarci.” Ma Holmes non diede segno di aver sentito; d’un tratto corrugò la fronte e il suo sguardo si fece concentrato e distante.

“Holmes? Qualcosa non va, amico mio?”

“Nulla. Solo un pensiero.”

Mi tirai su un gomito. “Tutto, allora. Me ne vuoi parlare?”

“Rovinerebbe la piacevole atmosfera, temo.”

“Al diavolo la piacevole atmosfera.”

Holmes mi guardò finalmente negli occhi. Ora mi rendevo conto che quella che al primo sguardo mi era parsa serenità era solo l’ultimo stadio di una meditazione profonda, lo stadio in cui Holmes aveva raggiunto una qualche conclusione e pacificato, almeno temporaneamente, il suo animo. Ma su cosa avesse meditato e quale conclusione avesse raggiunto, mi era ignoto.

“Riflettevo soltanto, Watson, sulla malsana abitudine che avevo prima di Reichenbach di domandarmi due o tre volte al giorno quando ti saresti stancato di me. Quando i miei casi avrebbero smesso di suscitare il tuo interesse o quando mi avresti visto per quello che sono: un mero prestigiatore, un saltimbanco che conosce qualche buon trucco, noioso una volta che il trucco è svelato. Ritenevo che l’evidente piacere che ricavavi dai nostri incontri più intimi avrebbe ritardato il momento di un mese o due, certamente non di più, perché sei troppo onesto per una cosa del genere.”

Era un discorso talmente assurdo – io, stancarmi di lui! – talmente inaspettato, che sentii un’improvvisa, selvaggia preoccupazione pungermi il cuore. “Holmes,” dissi accarezzandogli il braccio, e facendo del mio meglio per non lasciare che il sentimento affiorasse alla voce, “sono felice di sentirti parlare al passato, perché tu tra tutti gli uomini dovresti sapere di aver appena detto un cumulo di sciocchezze.”

“Sì” rispose lui, pensoso, “adesso l’abitudine si è felicemente ridotta a una sola volta al giorno.”

“Holmes, dopo quindici anni, davvero…”

“Non vi è ragione di preoccuparsi, Watson. Il pensiero si acuisce solo nei momenti di lontananza.”

“Si acuisce, dici. Dunque è sempre lì, anche quando siamo insieme? Anche quando…”

Holmes mi tacitò molto efficacemente con un secondo bacio, particolarmente vigoroso e appassionato, stavolta. Nel corso degli anni aveva preso un certo gusto a zittirmi in questa maniera, e in genere non avevo ragione di lamentarmene troppo, ma stavolta mi ribellai.

“Holmes, che diamine, sto parlando.”

“Stai per dire una sciocchezza. Per quanto interessante sia tentare di prevedere il giorno e l’ora in cui mi lascerai, non credere che lo sia più di mille altre occupazioni offerte dalla tua compagnia – dal guardarti dormire al possederti su questo divano coi vestiti ancora indosso.”

Tentai pateticamente di nascondere il rossore voltando il capo verso il fuoco, e Holmes ridacchiò, affondando il viso nel mio collo e prendendo a ricoprirlo di baci. Fedele alle premesse, la sua mano sinistra veleggiò verso parti del mio corpo non adatte ad essere menzionate in una conversazione civile. “Holmes… Holmes, guardami” dissi piano, prendendogli il volto tra le mani. “Non ho alcuna intenzione di lasciarti. Lo sai perfettamente. Non dovresti aver bisogno di farmi cose impronunciabili sul divano di Mrs. Hudson per ricordartene.”

“No, non dovrei” assentì Holmes, docilmente. “La povera Mrs. Hudson inorridirebbe al solo pensiero.”

“Holmes, davvero. Parlo seriamente” ribattei, fingendo un’irritazione ben più grande di quella che provavo. “La prossima volta che un’idea simile ti sfiora, ti prego di ricordare che sono un vecchio invalido di guerra monotono e abitudinario…”

“Non sei nessuna di queste cose” mormorò Holmes.

“E tremendamente attaccato alle mie abitudini. Ad una in particolare. Vi sono così attaccato che non potrei vivere se qualcosa o qualcuno mi costringesse a separarmene. Spero di essere stato sufficientemente chiaro,“ la mia voce si ridusse a un sussurro, “mio caro, mio unico, insostituibile, adorato amico mio.” Gli posai un bacio sulla bocca, che nelle mie intenzioni sarebbe dovuto essere breve e autoritario, ma complice l’appassionata risposta di Holmes finì col durare molto più a lungo del previsto e col lasciarci entrambi a corto di fiato, scomodamente schiacciati l’uno all’altro sullo stretto divano.

“Ricordo di aver sentito qualcuno suggerire di ritirarci” mormorò Holmes, facendo le cose più perverse al lobo del mio orecchio con la punta della lingua.

“Mi pare di averlo detto, sì” risposi, con qualche difficoltà. “Ma mio caro, se non sposti il tuo corpo da sopra il mio, dubito che andremo molto lontano.”

“Quant’è vero” bisbigliò Holmes, infilando le dita dentro la mia camicia.

Mentre la possibilità di finire la conversazione su di un letto si allontanava sempre di più e sempre più velocemente, presi un appunto mentale: la prossima volta che decidi di attendere il ritorno di Holmes alzato, abbi cura di lasciarti vincere dal sonno nella tua camera – o nella sua.
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Scandal in Bohemia

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