scandalinbohemia: (Default)
[personal profile] scandalinbohemia
Titolo: All that glitters
Fandom: Jeeves & Wooster
Pairing: Bertie/Jeeves, Bertie (jr.)/Vince (OMC/OMC)
Rating: NC-17
Conteggio Parole: 11.900 (W)
Parte: 2/2
Scritta per: Settimana #4 (p0rnofluff) del Fluffathlon @ [livejournal.com profile] fanfic_italia
Note: Questa fic precede di qualche mese La mirabolante storia del dito-cipolla. Bertie jr. e Vince sono miei. MIEI MIEI MIEI.


Parte 1


Quando furono in macchina, la cruda realtà – Vince non aveva alcun interesse nei suoi confronti, probabilmente anzi l’idea lo disgustava – colpì finalmente Bertie come un cazzottone in piena faccia.

“Mi dispiace che lo zio ti abbia dato fastidio” disse piano, guardando avanti.

“Non mi ha dato fastidio, signore.”

“Messo in imbarazzo, magari. Non lo fa apposta, è… è fatto così.”

Vince strinse un po’ più forte il volante tra le mani abbronzate. “Non mi ha messo in imbarazzo” disse con decisione.

“Che cosa voleva?” indagò Bertie.

“La lampadina…”

“A parte la lampadina.”

Per qualche secondo, Vince fu impegnato in una svolta a un incrocio particolarmente trafficato, e non rispose. “Abbiamo chiacchierato un po’” disse quando si furono rimessi in carreggiata. “Voleva sapere come stava mio fratello, visto che Mr. Jeeves gli ha trovato quel posto. Mi ha chiesto come andavano le cose alla villa. Cose così. Soliti discorsi.”

L’aveva detto con tanta sicurezza, con tanta noncuranza, che se Bertie non avesse saputo che era una bugia non l’avrebbe mai indovinato. Questo gli fece male. Che bisogno c’era di mentirgli, adesso? E perché era così bravo? Bertie sprofondò nel suo sedile e voltò il capo dall’altra parte, cercando di rassegnarsi alla prospettiva di una futura, eterna infelicità.

Non che fosse facile. Vincent occupava un buon novanta percento dei suoi pensieri. Quando non stavano insieme, pensarlo era sufficiente a sentirsi un po’ più felice, un po’ più contento della sua vita. Accarezzò, come tante altre volte, il ricordo di quando erano caduti l’uno sull’altro, ruzzolando disastrosamente sull’erba. Il corpo di Vince sopra il suo, solido come granito, profumava di terra e pelle abbronzata. L’erezione era stata istantanea. Come aveva fatto Vince a non accorgersene?

Si rese conto di essersi assopito sul sedile solo quando la voce di Vincent lo riscosse da un sogno particolarmente ardito ambientato in un’isola tropicale. C’era anche lo zio in canoa, e Jeeves si aggirava sulla spiaggia in uniforme servendo mojitos per tutti. “Scusami, che hai detto?”

“C’è un problema con la macchina.”

Bertie si tirò a sedere più dritto. “Un problema? Che problema?”

“Non lo so. C’è un rumore strano.” Restò in silenzio per qualche secondo, alzando l’indice come per richiamare la sua attenzione. “Sente?”

Bertie non sentiva nulla, e lo disse.

“Non sento nulla, Vince. Ma è noto che quando si parla di motori questo Wooster non sa distinguere uno spinterogeno da un… be’, da una cosa che non è uno spinterogeno, suppongo. Che vuoi fare?”

“Penso che è meglio se gli do una controllata, signore.”

“Oh. Va bene. Fai tu, Vince. Ti affido la mia automobile e la mia vita, come si dice.” Arrossì furiosamente già mentre lo diceva. Che stava dicendo? Aveva cominciato a blaterare. Dio.

Sulla sinistra c’era un piccolo alberghetto di campagna con un vasto spiazzo per parcheggiare. Vincent accostò lì. Quando scese dalla macchina e aprì il cofano, dal motore ancora caldo si levò una nube di vapore.

“Non hai notato questo rumore mentre tornavi da Brixton, Vince?” gli chiese Bertie, solo parzialmente interessato, spiando il cuore aperto della macchina da sopra la sua spalla.

“No, signore” rispose lui. E poi aggiunse, rigidamente: “Sono sicuro che la macchina era a posto quando sono venuto a prenderla, signore”.

Bertie gli diede una pacchetta sulla spalla, comprensivo. “So che hai trattato la bambina coi guanti, Vince. Ti posso dare una mano? Non ne capisco niente, ma se mi dici cosa devo fare, tu puoi essere la mente e io il braccio.” Iniziò a sbottonarsi la giacca.

“No, signore, non serve. Perché non entra a prendersi qualcosa da bere? Appena ho risolto vengo io a chiamarla.”

Bertie poteva essere sordo a molti segnali più o meno evidenti, ma il tono di una persona che vuole garbatamente sbarazzarsi di te è inconfondibile. “Come vuoi” borbottò, aggiungendo un altro granello di infelicità all’immensa montagna che gli schiacciava il cuore. Se era questo il folle amore che lo zio aveva visto in Vince, l’uomo aveva bisogno di un buon paio di occhiali da vista, pensò amaramente.

Sedette vicino a una finestra dalla quale poteva vedere Vince e ordinò un sandwich e una spremuta d’arancia. Vince trafficava sotto il sole sbiadito del pomeriggio tardo, un leggerissimo alone di sudore sulla fronte, e Bertie continuò a farsi del male guardandolo con la falsa tranquillità di chi sa di poterlo fare, per una volta, impunemente. Ciò nonostante, quando Vince si voltò e guardò proprio nella sua direzione, Bertie si sentì soffocare. Tossì un pezzetto di pancarrè nel tovagliolo per non strozzarsi.

Era a metà del suo sandwich quando Vince entrò nel locale. Aveva le mani sporche di grasso di motore fino al gomito e una macchiolina di unto nerastro sulla guancia.

“Vince, hai un aspetto glorioso” scherzò Bertie (e un po’ non scherzò affatto, perché senza giacca, con la faccia appena abbronzata, le maniche arrotolate alte e la camicia un bottone più aperta di quanto fosse strettamente necessario, Bertie sentiva che Vince avrebbe potuto decidere di prenderlo lì sul tavolo senza incontrare proteste).

“Brutte notizie” disse Vincent.

“Brutte?” ripeté Bertie. Odiava le brutte notizie.

“La cinghia di trasmissione è tutta consumata. Non me la sento di rimettere la macchina in strada, col pericolo che si spezza da un momento all’altro.”

“Oh” fece Bertie. “E non ti trovi per caso una cinghia di quello-che-è di riserva, non è vero, Vince?”

“No, signore. Chiamo il meccanico, ma non viene prima di domani mattina.”

“Domani! Che seccatura” mormorò Bertie. Poi tutte le implicazioni dell’inconveniente gli divennero chiare, e dovette nascondere l’improvviso rossore chinando il capo a prendere un altro morso dal sandwich.

“Va bene” disse dopo aver inghiottito. “Mangiamo qualcosa e poi ci arrangeremo per stanotte, allora. Spero solo che i letti siano puliti. Le stanze, voglio dire. E i bagni. Insomma, hai capito.”

Stavolta Vince non obiettò all’idea di sedersi a cenare assieme, e Bertie sentì il cuore farsi uno o due granelli più leggero. Mangiarono un pasticcio di carne sorprendentemente decente, per quanto un po’ troppo grasso per i gusti di Bertie, e una fetta di torta che non aveva molto a che vedere con quelle di Jeeves ma si lasciò mangiare.

Vince divorò la cena con una voracità che sembrò tenere (malamente) a freno solo per amore dell’etichetta, e Bertie, che non l’aveva mai visto mangiare e pensava che nessuno potesse battere in appetito lo zio Tuppy, ignorò le sue proteste e gli ordinò una seconda porzione di tutto.

A un certo punto Vince dovette sentirsi osservato, perché si aiutò a mandare giù con un sorso di vino e disse a mo’ di giustificazione: “Non ho pranzato”.

“Per colpa mia?” domandò Bertie. Era sempre stato attento a evitare accuratamente l’ora di pranzo dei domestici, tutte le volte che voleva chiedergli di accompagnarlo da qualche parte.

“No” rispose Vince, in fretta. “Solo tanto lavoro in cucina. Coi suoi cugini in visita e tutto il resto.”

“Mi dispiace.”

“Perché? Non è colpa sua.”

“Ugualmente” rispose Bertie.

“Non mi lamento del mio lavoro, signore” disse Vincent, in un tono strano, quasi affettuoso. Bertie scoprì di non riuscire più a sostenere il suo sguardo.

La cena era finita, e Bertie pagò e si diresse alla reception.

“Allora a domani” disse Vince, prima che Bertie potesse parlare con l’uomo dietro il bancone. “Buona notte.”

“Perché mi stai salutando?”

“Vado a dormire in macchina.”

“Sei impazzito? Due stanze, per favore.”

“Ma non serve, signore.”

“Dovrei lasciarti dormire fuori, al freddo, in una macchina rotta?” ribatté Bertie, agguerrito. “Potrebbe succedere qualsiasi cosa. Non se ne parla neanche.”

Vince richiuse la bocca in una linea orizzontale che si stiracchiò leggermente agli angoli. Anche Bertie sorrise. Ebbe la tentazione di appoggiare un gomito sul bancone e restare a guardarlo fino a che l’ultima traccia di quel sorriso non fosse svanita, ma l’uomo della reception si intromise.

“Signore, le sue chiavi. Le stanze sono al primo piano.”

Bertie le prese e si avviò per primo su per le scale. Sentiva lo sguardo di Vince bruciargli la nuca. Mentre camminavano, gli parve di sentire il suo fiato accarezzargli il collo.

“Ah, ecco qui. Quarantuno o quarantadue?” gli chiese infine, voltandosi mentre le chiavi tintinnavano appese alle sue dita. Ma invece di ricevere una risposta si sentì afferrare per i polsi e sbattere senza il minimo rispetto contro il legno della porta. Non capì mai quando o come successe, ma la bocca di Vince fu improvvisamente sulla sua, e sembrò succhiargli via l’aria in un bacio cui Bertie diede pieno accesso senza volerlo, solo schiudendo la bocca in un moto di stupore.

Nei suoi sogni, la cosa era sempre avvenuta con calma e preavviso, con una lunga sequenza a rallentatore come nei film d’amore. Non così, a tradimento, con ancora un pezzettino di insalata di pollo incastrato tra i denti. Invece di rispondere appassionatamente come Vivien Leigh in Via col Vento, Bertie rimase immobile sotto l’assalto del suo Rhett Butler come un asparago decisamente scotto.

Quando tutti i neuroni tornarono a funzionare, e l’idea di abbracciare appassionatamente Vince e spogliarlo lì nel corridoio riuscì a superare lo stordimento, Bertie scoprì che era troppo tardi. Vince lasciò le sue labbra e fece un intero passo indietro, guardandosi intorno come alla ricerca di invisibili testimoni del misfatto.

Bertie era troppo sconvolto per dire una parola.

“Vado in macchina” disse Vincent, lentamente, scandendo tutte le sillabe come se fossero lingua straniera. E diceva sul serio; si voltò e cominciò a camminare in direzione delle scale.

No, pensò Bertie. No, no, no. Non di già. Per favore. Altri cinque minuti. “Vince” lo chiamò, con una nota decisamente implorante nella voce. “Aspetta.” Nei sogni non funzionava mai: quando erano sfumati, erano sfumati. Ma questo non era un sogno, e Vince misericordiosamente si voltò.

“Vieni qui” disse Bertie, sentendosi un po’ più sicuro e al tempo stesso completamente fuori di sé, febbricitante. “Per favore.”

Vince lo squadrò dubbioso, e Bertie pensò che perdere l’uomo della sua vita solo perché aveva dimostrato i riflessi di un ottuagenario interrotto nel mezzo della pennichella l’avrebbe ucciso.

“Per favore” ripeté, molto piano e molto lentamente, come parlando a un animale feroce – ammesso che parlare a un animale feroce avesse un senso, e non ce l’aveva.

Vince tornò indietro, un passo alla volta. Era molto pallido, e pur nello stordimento che sembrava attutire tutti i suoi sensi, Bertie notò la patina di sudore sulla sua tempia e il nervoso aprirsi e chiudersi delle dita lungo i fianchi.

Quando lo raggiunse, Bertie scoprì di essere a corto di parole – una malattia di famiglia, a quanto pareva. Perciò si limitò ad aprire le braccia, che gli sembrò il gesto più semplice a disposizione, e gli appoggiò le mani sui fianchi o comunque da quelle parti, lasciando cadere la fronte sulla sua spalla con un abbandono secco, paf, come una bistecca su un tagliere. Vince lo strinse forte, quasi subito, e poi lo strinse ancora un po’. Anche Bertie lo strinse, sollevando le braccia per appoggiare le mani sulla sua schiena. Rimasero così a stringersi a vicenda per almeno un minuto, malfermi sui piedi, ondeggiando in mezzo al corridoio come platani al vento.

“Dammi la chiave” disse Vince alla fine, tirandosi indietro. Ma in effetti fece tutto da solo; la sottrasse alla sua presa fiacca, controllò rapidamente il numero e la infilò nella toppa, aprendo la porta con aria sbrigativa, efficiente. Gli fece cenno di entrare e poi lo seguì.

Bertie aveva baciato altri uomini nella sua vita. Era andato a Eton e poi a Cambridge. Quando si spegnevano le luci nei dormitori, succedevano cose di cui nessuno avrebbe poi parlato, ma che tutti sapevano. Fedele alle tradizioni, Bertie era stato al gioco con energia e partecipazione. Nel corso degli anni aveva baciato, toccato e succhiato un certo numero di parti del corpo di un certo numero di ragazzi, amici, compagni di scuola, colleghi, canottieri, giocatori di cricket. Ma quella era un’altra cosa; un’altra vita. Era tutto perdonato finché eri uno studente.

“Non so che sto facendo” confessò Vincent, nel buio.

“Non dobbiamo farlo per forza” mormorò Bertie, aggrappandosi incoerentemente alla sua manica. “Voglio dire, se non vuoi…”

“Se tu non vuoi.”

“Come faccio a non volere?”

“Come faccio io.”

Rimasero in silenzio per un momento. Bertie gli accarezzò col pollice la fossetta del gomito.

“Io” mormorò alla fine, “penso di essere innamorato di te. Ti sembra stupido?”

Vince gli prese il viso tra le mani. “No.” Gli baciò le labbra, piano, come si bacia un neonato, tra la meraviglia di scoprirlo una cosa viva e il terrore di romperlo. Bertie si sciolse in un sospiro, allungando le braccia sopra le sue spalle.

“Sei pazzo a metterti con uno come me” disse Vince, inchiodandolo di nuovo contro la stessa porta, ma senza prepotenza stavolta, senza sorpresa. “Tra un mese ti sei già stufato.”

“Smettila di dire le cose che penso io” ribatté Bertie, serio, e poi ridacchiò.

“Che c’è da ridere?” chiese Vince, sospettoso.

“È solo…” Bertie mosse leggermente la coscia, apprezzando lo spostarsi della pressione in un punto più vicino al dunque. “Sono solo un po’ sorpreso. Ti piaccio davvero? Voglio dire… così tanto?”

“Ah, dici questo.” Vince sorrise nel buio, e fu un gran peccato, perché Bertie non lo vide, ma d’altra parte alla luce Vince avrebbe notato il distinto color pomodoro delle sue guance. Lo baciò, un bacio vero, profondo, solo un po’ impacciato dalla mancanza di familiarità, ma per il resto assolutamente impeccabile. Bertie pensò che non gli sarebbe dispiaciuto troppo restare incollato a quella porta per sempre, ma poi Vince disse: “Andiamo a letto”, e Bertie dovette riconsiderare la lista delle sue priorità.

“Sì” bisbigliò, ma prima di staccarsi dall’unica cosa che sembrava tenerlo in piedi cercò a tastoni l’interruttore, lo trovò, e improvvisamente la stanza fu tutta illuminata.

Le pupille di Vince divennero piccole come semini d’uva.

“Penso” disse a Bertie con un filo di voce, “che ti amo. Ti sembra stupido?”

Bertie lo abbracciò, spingendolo a capofitto sul materasso. “Mi sembra perfetto” bisbigliò sulla sua bocca.


+


Bertie si svegliò indolenzito e soddisfatto come non gli capitava dai tempi dell’università. Era una bella sensazione, densa e confortante come la pancia piena dopo un’abbuffata, e Bertie decise per il momento di ignorarne i lati negativi, certo che gli avrebbero presentato il conto nel corso della giornata.

Vince dormiva con un braccio sotto il cuscino e uno piegato sopra, vicino al volto. Bertie si sporse a baciargli un piccolo neo un po’ sopra il gomito, poi un altro qualche centimetro più su, e seguendo il percorso immaginario finì nell’incavo del collo. Silenziosamente, Vince stese il braccio e glielo passò intorno alle spalle, attirandolo sul cuscino.

“Devi farti la barba” disse Bertie, accarezzandogli la guancia ispida. “Mi brucia ovunque”.

Vince riaprì gli occhi. Forse era il torpore, ma a Bertie sembrarono più teneri e pacifici che mai, senza neanche l’ombra della solita animosità. “Ieri non ti sei lamentato.”

“Non mi lamento neanche oggi.”

Vince socchiuse le palpebre, mentre le labbra si stiravano in una smorfia contenta. Allungò una gamba sotto le lenzuola e gliela passò comodamente sopra il fianco, tirandolo più vicino. Bertie ebbe un brivido quando l’erezione dell’altro si strofinò casualmente contro la sua pancia.

“A che ora arriva il meccanico?” chiese appoggiandogli una mano sul fianco. Calcolò che in mezz’ora, forse, senza indulgere troppo in coccole e carinerie, un altro giro era fattibile. Non era sicuro che fosse tutto completamente a posto, da quelle parti, ma mentre lo pensava già bruciava dalla voglia di risentire Vince dentro di sé, e tutti i muscoli si contrassero e rilassarono in un fremito di anticipazione.

“Mmm?” fece Vince. “Chi?”

“Il meccanico” ripeté Bertie, la mano ferma sul suo fianco, accarezzandogli pigramente il lato della pancia con il pollice. “Per la macchina. La cinghia rotta?”

Quando Vince si decise a riaprire gli occhi, lo fece con deliberata lentezza. “La macchina è a posto.”

Ci vollero dieci secondi buoni a Bertie per capire il senso della frase.

“Sei pieno di segni” mormorò Vince, baciandone uno piuttosto grosso vicino al capezzolo. “Ti ho fatto male?”

“Non so se sentirmi offeso o, non lo so, lusingato.”

“Per i segni?”

“Per la macchina.”

Vince corrugò la fronte. “Perché offeso?”

“Non lo so. Non ne avevi bisogno. Se mi avessi detto, ah, ‘Wooster, vieni qui e calati i pantaloni’, penso che l’avrei fatto.”

“Davvero?” mormorò Vince, affascinato.

Bertie avvampò. “Per dire.”

“Potevi pure tirarmi un pugno sul naso, per dire. Almeno così, se mi dicevi di no, potevo farmela a piedi fino alla stazione più vicina.”

“E poi?” domandò Bertie.

“Non lo so. Emigrare. Buttarmi dal treno. A seconda.”

Fu il turno di Bertie di corrugare la fronte. “Per dire?”

“No” rispose Vince, piatto.

Bertie si tirò su un gomito. “Pensavo che l’avessero capito anche i muri che ti morivo dietro.”

“Mi ero fatto un’idea” rispose Vince. “Ma in pratica…” scrollò le spalle, “non lo so. Magari mi ero sbagliato io.”

“Io pensavo che tu fossi… sì, insomma, normale” confessò Bertie.

Vince alzò una mano per accarezzargli il collo, la gola nervosa e la lunga, distinta fila di segni rossastri gemelli che scendevano lungo il petto, come una trafila di piccoli morsi. “Guarda qua. Sicuro che non ti ho fatto male?”

“Non sono sicuro. Tocca di nuovo?”

Vince obbedì, ma stavolta, scendendo sulla pancia, tirò via anche le lenzuola.

“No” confermò Bertie. Le dita di Vince avevano scoperto un improvviso interesse per l’interno della sua coscia. “Non fa male da nessuna parte” aggiunse, a mo’ di spiegazione.

“Da nessuna parte?” ripeté Vince, spingendolo disteso sulla pancia, apparentemente con la sola spinta di una vigorosa serie di baci sulla sua spalla. Gli passò il palmo sulla schiena, un po’ accarezzando, un po’ massaggiando. “Qui?” domandò, toccandolo tra le natiche. “Sei rosso.”

“Non fa male.”

“Bugiardo.”

Bertie voltò il capo per lanciargli un’occhiata. “Senti chi parla.”

Vincent appoggiò le ginocchia ai lati delle gambe di Bertie, sollevandosi carponi per parlargli all’orecchio. “È questo che ti secca?” mormorò, baciandogli il collo. “Che ti ho detto una bugia?”

“Eri molto… convincente” disse Bertie.

“Non ti ho mai detto bugie.” Si schiacciò su di lui, senza gravarlo col suo peso, solo lasciando che la sua erezione gli sfiorasse la schiena. “Mai. Mi credi?” gli mormorò all’orecchio.

“Sì” rispose Bertie. Chiuse gli occhi. “Lo facciamo un’altra volta? Prima di andare? A casa chissà quando troveremo il tempo…”

“Pensavo che potevamo vederci stasera. È la mia serata libera.” Vince lo accarezzò gentilmente, poi con più decisione, per constatare se davvero non gli facesse male. Bertie si irrigidì per un momento, ma poi tornò tranquillo. Allargò un po’ le gambe.

“Ah, sì” mormorò, distratto.

“Ci vediamo giù in paese, così non ci vedono uscire assieme” continuò Vince, spingendo dentro la punta di un dito bagnato di saliva. Bertie era tenero come carne di agnellino.

“Mmm… sì” mugolò.

“Se hai voglia, conosco un posto. Lì non ci sente nessuno.”

“Sarebbe perfetto” sospirò Bertie, strofinando leggermente il bacino contro il materasso. “Oh, Dio, Vince…”

“Girati” mormorò lui. Lo lasciò solo per un secondo, il tempo necessario ad averlo disteso a pancia in su come un cagnolino in cerca di coccole; poi le dita divennero due, Bertie si lasciò scappare un suono che sapeva di vago dolore, e Vince lo prese in bocca mentre muoveva le dita con tutta la delicatezza possibile, sull’orlo di ritrarsi se solo avesse sentito un lamento più deciso.

“Oh, Vince. Vince” sospirò Bertie, abbandonando il capo sul cuscino. “Sto bene. Non essere così… Ah, Dio.”

“Shh” sussurrò Vince. Posò un bacio alla base, risalendo tutta la lunghezza con una lenta carezza della lingua. Poco più in basso, le dita massaggiarono piano e a fondo, procurando a Bertie un lungo brivido di piacere in tutto il corpo.

L’aveva fatto altre volte, molte altre volte. Lo stomaco di Bertie si contrasse spiacevolmente, ma spinse via il pensiero con decisione, come aveva fatto la notte prima. Vince lo accolse tutto nella bocca. Bertie si scoprì incapace di chiudere gli occhi.

“Aspetta” gracchiò. “Un attimo.”

Vince alzò la testa, leccandosi le labbra.

“Girati” disse Bertie. “No, non così. Volevo… Volevo provare quella cosa, quella di ieri. Ecco, così. Sì.” Baciò la pelle tenera vicino all’inguine, apprezzando la prospettiva rovesciata della bocca di Vince che tornava su di lui, delle dita che riprendevano da dove avevano lasciato. Lo prese a sua volta, accarezzandogli i testicoli e la curva soda delle natiche. Le dita si avventurarono un po’ più su, timidamente, e a Vince non sembrò dispiacere.

Eccitazione a parte, si sentiva stranamente rilassato. La notte – meravigliosa – era stato tutto più nervoso, più frenetico. Senza controllo. Avevano provato a fare un po’ di tutto, incerti su cosa meritasse la precedenza, e avevano fatto tutto a metà. Si erano presi a gomitate e ginocchiate e scontrati coi denti per tutto il tempo. Poi Vince aveva fatto l’amore con lui, e a Bertie era piaciuto tanto – molto più di tutte le altre volte – ma non era durata granché, e l’aveva lasciato con un desiderio bruciante di farlo ancora.

Oh, ma adesso, invece. Da qualche parte tra le sue gambe, Vince ansimò che così andava bene – che così era perfetto – e Bertie sentì qualche goccia acidula scendergli in gola, ma non gli diede neppure fastidio. Vince era teso, forse per via della posizione, ma cominciava a lasciarsi andare. Lo succhiò rumorosamente, in una maniera che Jeeves – perché gli veniva in mente Jeeves, adesso? – avrebbe senza dubbio definito ‘molto poco da gentiluomo’, ma che strappò un gemito soddisfacente al suo compagno. Sotto le sue dita – uno solo, in verità, non avendo osato di più – Vince si era fatto deliziosamente collaborativo, entusiasta perfino. Bertie avrebbe voluto ridere per il piacere e il sollievo che le cose stessero andando così bene. Gli sembrava di aver fatto l’amore con Vince per tutta la vita, e improvvisamente si trovò ad contemplare con ammirazione i venticinque anni che lo zio Bertie aveva diviso col suo amante. È questo, pensò. È questo che voglio, sforzandosi di non lasciar fuori neanche un centimetro.

Avrebbero dovuto lavorare un pochino sulla parte finale, pensò qualche minuto dopo, asciugandosi il mento col dorso della mano e contemplando lo sfacelo che avevano fatto delle lenzuola e perfino – oh, dio – dei cuscini. “Forse dovremmo andare” disse a Vince, che si stava asciugando noncurante il petto con un angolo di lenzuolo.

“Che ore sono?”

Guardò l’orologio. “Quasi le dieci.”

Vince annuì, passandosi una mano tra i capelli. Non erano perfettamente puliti. “Se non sono in cucina per le undici, Mr. Irving mi caccia a calci.”

“Non credo proprio” mormorò Bertie, baciandogli la spalla.

Vince fece una smorfia. “Sì, be’” disse in tono secco. “Magari cerchiamo di non farlo capire a tutti che mi tengo il posto scopando col figlio del padrone.”

Bertie raggelò. “Ma che dici?”

“Vado a lavarmi.”

Bertie tentò di afferrarlo prima che scendesse dal letto, ma Vince fu più veloce. Nervoso, lo seguì in bagno. Vince era seduto sul bordo della vasca, chino sulle manopole dell’acqua.

“Che ho detto di male? Perché ti sei offeso?”

“Niente. Non mi sono offeso” rispose Vince, armeggiando.

“Non mi guardi neanche in faccia.”

Vince alzò il volto. Era cupo, ma dopo un secondo l’espressione si sgretolò, lasciandone una più mansueta. “Non voglio protezione, d’accordo? Faccio il mio lavoro. Se lo faccio bene, resto, sennò pazienza – me ne vado da un’altra parte.”

“Scusami” disse Bertie. “Non voglio che tu vada da un’altra parte.”

“Se ti metti in mezzo, se qualcuno capisce qualcosa, tu ti metti nei guai e io… che cazzo di figura ci faccio, io?”

“Scusami” ripeté Bertie, sempre più piano. “Scusami. Davvero. L’ho detto così per dire.”

Vince fece un sospiro, gettando uno sguardo alla vasca che si riempiva lentamente. Bertie rimase lì impalato, a fissarlo come un bambino pentito che elemosina il perdono dei genitori.

“Oh, vieni qui, dai. Fatti abbracciare” mormorò Vince, appoggiandogli la guancia sullo stomaco. Gli diede un bacio in quel punto. “Ti ho trattato male. Scusami. Lo so cosa volevi dire. È che non mi va di passare per puttana, tutto qui.”

“Tu non sei una… Dio, Vince.”

Vince strofinò la guancia contro la sua pelle, gli accarezzò i fianchi con le mani. “Ho solo… ho un po’…”

“Paura?”

“Sì.”

“Anch’io” mormorò Bertie. “Ma ce la possiamo fare. Staremo attenti, e non ci scoprirà nessuno.” Gli baciò la fronte. “Lo zio ci darà una mano.”

Vince annuì, tirandolo giù per un bacio come si deve. Bertie aveva il mento e le guance in fiamme a furia di baci ispidi.

“Ci entriamo in due, secondo te?” chiese accennando alla vasca.

“Se ci stringiamo” rispose Vince, alzando un sopracciglio.

“Solo per risparmiare tempo” ribatté Bertie, e arrossì un pochino. “No, sul serio. Sul serio.”


+


“Tuo zio” disse Vince in macchina, “è una persona strana.”

“Avessi un penny per ogni volta che l’ho sentito dire. Jeeves sarebbe milionario.”

Vince guardò la campagna che scorreva rapida alla sua sinistra. Bertie aveva insistito per guidare; quando lo faceva, gli piaceva andare veloce.

“Non ho mai… voglio dire” si interruppe Vince. Ricominciò: “Ho conosciuto gente che non ha ammazzato il figlio quando l’ha scoperto, o cacciato di casa. Uno col figlio si spediva ancora telegrammi, qualche volta pranzavano anche insieme. Però non mai visto uno contento. Contento davvero.” Si voltò dalla sua parte. Bertie rimasticò un pochino il labbro inferiore.

“Lo zio Bertie è per il vivi e lascia vivere” offrì, in tono generico.

“Praticamente mi ha detto: ‘Vai, è tutto tuo’.”

“Oh, no. Davvero?”

“Qualcosa del genere.”

Bertie si passò una mano sulla faccia. Otto parti avrebbero potuto dimostrarsi insufficienti, tutto sommato.

“È come noi, vero?”

La domanda lo colse di sorpresa. “Come siamo loquaci, stamattina” osservò con un sorrisetto sbiadito, pregando che l’altro non notasse troppo che aveva evitato di rispondere.

Vince si sporse a baciargli il collo e, già che c’era, gli rifilò una buona strizzata tra le gambe. “Vince!” esclamò Bertie, facendo fare alla macchina un doppio slalom. Paura e un filo di eccitazione gli si rimescolarono nel sangue, ma quando si guardò dietro e intorno vide solo strada e campagna, ambedue completamente deserte.

“Non farlo mai più” ansimò.

Vince appoggiò la schiena contro il sedile e guardò avanti, una smorfia tremendamente compiaciuta sulla bocca.


+


Jeeves stava affettando le zucchine quando il campanello dell’appartamento diede un suono secco, incerto, come se l’interruttore fosse stato trattenuto solo per una frazione di secondo. Si asciugò le mani nel grembiule e lo sfilò dalla testa, posandolo, ripiegato, sullo schienale della sedia. Lungo la strada recuperò la giacca e la indossò.

“Mr. Sadler” disse, nascondendo accuratamente la sorpresa. “Mr. Wooster e Mr. Albert Wooster non sono in casa, al momento.”

“Lo so” disse Sadler. “Posso entrare?”

“Prego.”

Jeeves gli richiuse la porta alle spalle. Non aveva bisogno di consultare di nuovo l’orologio per sapere l’ora: dovevano essere le cinque e un quarto, forse e venti. Bertram non avrebbe tardato oltre le cinque e mezza, a meno che la conversazione non si facesse particolarmente lunga. Ma tra perdite di tempo e reticenze, Jeeves credeva che un’ora sarebbe bastata ad Albert a smaltire il grosso della storia e – più importante – ad avvertire il pungolo dell’urgenza per il tempo che stava sottraendo al suo amante.

Per la decima volta da quando Albert si era presentato a chiedergli consiglio, Jeeves si domandò se non lo si potesse accusare di disonestà. I peccati per omissione non erano meno gravi degli altri.

Molto bene, pensò squadrando il giovane uomo che proprio adesso si era voltato a guardarlo. Vedremo.

“Vuole bere qualcosa, Mr. Sadler?”

“No, grazie.”

“Si accomodi.”

“Sto in piedi, grazie.”

“Molto bene.”

Sadler era nervoso. Si sfilò il cappello, guardandosi attorno come in cerca della giusta ispirazione. “Speravo di trovarti da solo” disse alla fine, alzando gli occhi. Era piuttosto alto, ma neppure Bertram – uno degli uomini più alti che Jeeves conoscesse – era in grado di guardarlo in faccia senza sollevare un po’ il mento.

“Per quale ragione, se posso?” ribatté Jeeves, stringendo le mani dietro la schiena. La conversazione aveva tutte le potenzialità per diventare estremamente spiacevole, ma se così doveva essere, rifletté, meglio prima che poi.

“Parlare. Soltanto.”

“Bene. Di cosa si tratta?” domandò Jeeves, paziente, ma con un orecchio teso al ticchettio delle lancette.

“Bertie” disse Sadler, piano. Lo disse con una distinta nota di tenerezza, che però non sciolse la diffidenza di Jeeves.

“Bene” disse soltanto, e attese.

Sadler sospirò, passandosi una mano tra i capelli. “So che gli vuoi bene” iniziò.

“Molto.”

“E che non ti fidi di me.”

“Ho piena fiducia nella tua onestà, Sadler. Ma, lo confesso, nutro qualche dubbio sulla sincerità dei tuoi sentimenti.” Fece una pausa. “Dopo quello che è accaduto…”

“È acqua passata. Tu mi hai detto di dimenticare tutto.”

“Mi perdonerai se non ripongo particolare fiducia nel metodo che hai scelto. Al contrario, lo trovo controproducente e crudele.”

“No” ribatté Sadler, facendo un passo nella sua direzione. “Non è come pensi tu. È…” Scosse la testa. “Sono innamorato. Davvero. Sono cotto come un imbecille.”

“Una frase che ho già sentito.”

“È vero” rispose Sadler. “Era vero, quando l’ho detto. Ma era un’altra cosa.”

“E che cosa, se la domanda è lecita?”

Sadler si rigirò la tesa del cappello tra le dita. “Ti ammiravo. Ero in debito per mia madre e mio fratello. E ti volevo. Stavo impazzendo da quanto ti volevo. Ma Bertie…” tirò su col naso, “mi ammazzerei per lui. Non lo so perché è diverso, ma è diverso. So solo che è così. Quindi se pensi che lo farò stare male, ti dico che non lo so se succederà, forse succederà, ma non voglio. Voglio farlo felice.”

Jeeves rimase in silenzio.

“Ma non sei venuto a dirmi solo questo” disse alla fine.

Sadler annuì. “Ti voglio chiedere di… di non dirgli niente. Di quella storia.”

Jeeves inarcò appena un sopracciglio. “Non c’è niente di riprovevole in ‘quella storia’. Niente che possa metterti in cattiva luce con Albert.”

“Lo stesso.”

“Perché?”

“Non vo… Preferisco di no. È troppo? Te lo chiedo per favore.”

“Se vuoi tenere nascosta una storia perfettamente innocente alla persona che hai appena dichiarato di amare, permettimi di domandarmene la ragione. Altrimenti mi sorge il dubbio che sia, in effetti, qualcosa che Albert dovrebbe sapere.”

“No” ribatté Sadler, con foga. “Non è la storia. Non c’è niente che non va nella storia. Non mi vergogno, anche se” fece un sorrisetto, una specie di smorfia amara, “ci ho fatto una gran bella figura a farmi scaricare in quella maniera. Proprio bella.”

“Dunque?” lo incalzò Jeeves, calmo.

“È solo che Bertie pensa, lui pensa che tu sei la persona migliore del mondo, e che se uno deve scegliere tra te e un altro, chiunque altro, non c’è gara, è tutto inutile. Non l’ha mai detta questa cosa, ma si capisce. Si capisce da come parla di te.” Sospirò. “Se gli dico che ero… che avevo quella cosa per te, anche se non è successo niente, io lo conosco, comincerà a pensare. A pensare cose. Cose stupide, che non voglio che pensa. Anche se io sto con lui, e tu con… be’.” Esitò.

“Con chi?” domandò Jeeves, la quintessenza dell’inespressività.

Sadler tenne lo sguardo ostinatamente fisso sul pavimento.

“Buonasera a tutti!” disse il ‘chi’ in questione, spalancando la porta e lanciando le chiavi sul mobile più vicino. “Vince, ragazzo mio, non guardarmi in quella maniera. Sono le cinque e mezza spaccate. Te lo restituisco in perfetto orario. Come vedi, è proprio come l’hai lasciato.” Spolverò un invisibile pelucchio dalla giacca di Albert e fece un sorriso da piazzista.

“Buonasera, Mr. Wooster” disse Sadler, educatamente. Albert gli si avvicinò, sorrise e gli toccò il braccio con una mano. Sadler ricambiò il sorriso.

“Vi fermate per un tè prima di ripartire?” chiese Bertram, ma scorse le loro espressioni e subito alzò una mano come a dire ‘naaah’. “Naaah” disse, in effetti. “Andate, andate. Non avete tempo da perdere con due vecchi, non è vero, Jeeves?”

“Cinquantadue anni è considerata un’età florida, signore.”

“Età florida un corno, Jeeves. Non mi interessano gli stupidi efem… emef… diamine, qual è la parola che cerco? È come quando dici ‘si è spento serenamente’ invece di ‘ha tirato le cuoia’.”

“Eufemismi, signore.”

“Precisamente. Lasciamo gli eufemismi alle signore che hanno paura d’invecchiare.”

“Certamente, signore” rispose Jeeves, con un guizzo allegro all’angolo della bocca.

“E basta con il ‘signore’, anche” disse Bertram, marciando pericolosamente nella sua direzione. Jeeves fece un passo indietro per ristabilire una distanza consona. “Sta diventando ridicolo, Jeeves. I bambini sono grandi, hanno lasciato il nido e così via.”

“No, signore” disse Jeeves, rigido.

“Oh, sì, signore” ribatté Bertram, con un sorrisetto.

Sebbene Jeeves avesse molta più stima dell’intelligenza del suo compagno della maggior parte delle persone, gli anni gli avevano insegnato che le idee di Bertram avevano sempre una certa componente di pericolosità. Fece un altro passo indietro, ma Bertram gli aveva già preso il viso tra le mani.

“Non mi sembra il…”

Ma a dispetto della completa inappropriatezza della situazione, quando l’altro gli baciò le labbra sentì il familiare calore salirgli al volto, e considerando che la frittata ormai era fatta, si concesse una breve risposta.

“Ecco fatto” disse Bertram, accarezzandogli giocosamente i capelli sottili sulla nuca. “Non è stato tanto male, eh?”

Jeeves gettò uno sguardo obliquo alla sua sinistra. Albert sembrava imbarazzato e fermamente intenzionato a non guardare; Sadler tranquillo, divertito perfino. Jeeves notò che aveva appoggiato una mano sulla schiena di Albert.

“Uhm” disse lui, schiarendosi la voce. “Noi dovremmo andare, zio.”

Bertram voltò il capo dalla sua parte, senza togliere le braccia dal collo di Jeeves. “Ah, sì, sì. Porta i miei saluti a tua madre e a tuo zio. Quando torna Rupert?”

“Prende una licenza la settimana prossima.”

“Oh, magnifico. Ricordami di passare a fare una visita, Jeeves. Non vedo il piccolo Rupie da… da quando, Jeeves?”

“A dicembre credo sia stata l’ultima volta, signore.”

“Bertram” lo corresse Bertram, con un’occhiataccia.

“Sì, signore, rammento il suo nome” ribatté Jeeves, impassibile.

Albert e Vincent Sadler andarono via, e Jeeves tornò ad affettare le zucchine per la cena. Bertram, che si era soffermato in salotto per versarsi un bicchierino, entrò in cucina portandone uno anche per lui.

“Grazie” disse Jeeves.

Bertram gli sedette vicino e cominciò a pelare le patate in silenzio. Non chiese, ma Jeeves sapeva che se lo stava domandando, e perciò fu lui stesso a prendere l’argomento.

“Mr. Sadler sembrava tenere molto a informarmi che, a dispetto della sua spiacevole infatuazione per me di quest’inverno, i suoi sentimenti per Albert sono genuini.”

“Oh? Bene” rispose Bertie. Strappò un pezzettino di buccia particolarmente ostinato. “Ti ha convinto?”

“Direi di sì.”

“È un bravo ragazzo.”

“Senza dubbio.”

“Orgoglioso, anche.”

“Una qualità ammirevole.”

Bertie lasciò cadere la patata nuda nella scodella e ne prese un’altra. “Sì, Al ha buon gusto. Da chi ne ha preso, mi chiedo? Non da sua madre.”

“I tuoi cugini hanno dimostrato entrambi un eccellente gusto in fatto di donne” osservò Jeeves. “Anche se forse, in questo caso, il singolare sarebbe più appropriato.”

Rimasero in silenzio per qualche minuto, accompagnati solo dal grattare del pelapatate e dai tonfi netti del coltello sul tagliere.

“È un bel ragazzo, anche.”

“L’avevo notato.”

“Ha due spalle che… Il lavoro di fatica fa bene al fisico, questo è certo. E il fondoschiena. Quel fondoschiena. Le prossime notti potrebbe avere un ruolo da protagonista in un sogno o due, Jeeves, non ho timore di confessartelo.” Appoggiò la guancia sul pugno con aria sognante. “Perché non ho vent’anni di meno, Jeeves?”

“Non saprei dire.”

“È tutto più facile quando hai vent’anni in meno.”

“Le opinioni differiscono in proposito.”

“E dire che tu te lo sei lasciato scappare in quella maniera barbara, Jeeves.”

“Imperdonabile da parte mia, lo riconosco.”

“Davvero. Perché l’hai fatto, mi chiedo?” lo stuzzicò Bertie.

“Temevo che qualcuno non avrebbe approvato l’unione.”

“Qualcuno che conosco?”

“Di vista.”

Le zucchine erano finite. Bertie prese la mano di Jeeves, leggermente umida, e ne baciò le dita.

“È una specie di complimento, per me, lo sai. Non che pensassi che l’avresti fatto. Non l’ho mai pensato. Ma non mi piace invecchiare.”

“Non ce n’è ragione. Sei sempre splendido” mormorò Jeeves.

Bertie sorrise. Aveva qualche ruga intorno agli occhi e i capelli si erano ingrigiti e diradati in cima alla testa, ma a parte questo non era cambiato molto. “Grazie, vecchio mio. Sono sempre molto innamorato di te, spero che tu lo sappia.”

“Avevo qualche ragionevole sospetto.” Jeeves sorrise e si sporse per dargli un bacio.

“Allora” disse Bertie, riprendendo la sua attività di pelatura, “che stiamo cucinando?”

Fine



+ + +

Chi conosce un pochino J&W saprà che Bertie (= Bertram) Wooster ha due cugini gemelli, Claude e Eustace. Ho immaginato che Bertie (= Albert) e il gemello Rupert siano i figli di Eustace, arruolato e morto nella Seconda Guerra Mondiale. Dopo la guerra, Claude ha sposato la cognata, che in gioventù era stata una vecchia passione di entrambi. Al momento, Rupert è arruolato nella RAF.

Scandal in Bohemia

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