scandalinbohemia: (Default)
[personal profile] scandalinbohemia
Titolo: Nona sinfonia e tre quarti
Fandom: Sherlock Holmes/Harry Potter
Pairing: Holmes/Watson
Rating: PG-13
Conteggio Parole: 2018 (W)
Scritta per: Settimana #5 (AU!fluff) del Fluffathlon @ [livejournal.com profile] fanfic_italia, ma fuori tempo (e fuori gara) + Divano!Challenge (@ [livejournal.com profile] faechan, [livejournal.com profile] lisachanoando & [livejournal.com profile] mars25oct).
Note: Reloading di Canone in re maggiore: AU ambientata nell'universo di HP. Non conosco bene HP e si vede. Mi sono documentata lo stretto necessario e il resto l'ho raffazzonato alla buona com'è il mio solito. Grazie a [livejournal.com profile] el_defe per l'aiuto prezioso ♥


Holmes entrò nel salotto con passo deciso e piglio sicuro, una frase già sulle labbra e in procinto di venir fuori, ma la vista di Watson addormentato sul divano lo arrestò. Era uno spettacolo curioso, mezzo supino e mezzo raggomitolato sul fianco, l’aria placida eppure esausta di chi avrebbe potuto dormire anche in piedi, solo ad averne l’occasione. Holmes pensò di evocare un incantesimo per attutire il rumore dei passi e il cigolio della porta, ma scoprì che non ce n’era bisogno: a dispetto del suo millantato (e, generalmente, veritiero) sonno da militare, Watson dormiva profondamente.

La sala dei professori gli sarebbe sembrata uno strano posto in cui abbandonarsi al sonno, se Watson non gli avesse annunciato nel pomeriggio che sarebbe rimasto in piedi fino a tardi per correggere i temi di Pozioni. Non era da Watson rimandare fino all’ultimo momento, metodico com’era, ma Holmes doveva ammettere che non l’aveva mai visto così impegnato, neppure quando lavorava al San Mungo. E dire che l’ospedale aveva fama d’essere uno dei luoghi più infernali d’Inghilterra (Holmes vi aveva messo piede due volte, tutte e due per ragioni estranee alla propria salute, e per il resto si era sempre contentato di tenersene ben lontano).

Adesso, un certo numero di pergamene circondava il divano. Alcune erano state arrotolate con cura nei loro nastrini rossi e messe da parte da un lato, già corrette; su ogni nastro Watson aveva apposto un sigillo di ceralacca con la sua firma. Altre restavano ancora intatte sul tavolo vicino al camino. Una, invece, si era srotolata sul pavimento, un’estremità bloccata sotto la mano di Watson. Per la salvezza dei suoi vestiti, Watson doveva essersi ricordato di riporre calamaio e penna sul tavolo prima di scivolare nel sonno. La sua bacchetta sporgeva dalla tasca della giacca appesa a una sedia.

Silenziosamente, Holmes sfilò la pergamena da sotto il suo palmo e sedette sul pavimento di fronte al camino, appoggiando la schiena contro il bordo del divano. Ravvivò un po’ il fuoco. Il tema (“Sui molteplici usi delle scaglie di drago”) sembrava tremendamente facile e tremendamente noioso al tempo stesso, un’unione fatale. Holmes ne scorse qualche riga, più incuriosito dalle correzioni di Watson che dal contenuto, poi lo mise da parte.

Watson aveva freddo, a giudicare dalla posizione contorta nella quale si era raggomitolato. Ma non era la prima volta che si addormentava in sala professori; Holmes ricordava di averlo sentito lamentare la scomodità di quel divano almeno in altre due occasioni. Con questa riflessione in mente, Holmes occhieggiò l’armadio non lontano e ne spalancò le ante con un colpetto della bacchetta nell’aria. “Wingardium Leviosa” mormorò, quasi inudibile.

Sotto il suo comando, il plaid abbandonò la mensola superiore dell’armadio e si distese nell’aria, adagiandosi con leggerezza sul corpo di Watson. Holmes ne aggiustò un angolo con la mano.

“Holmes…” disse Watson, la voce lenta, sofferente. Holmes gli gettò uno sguardo, ma Watson dormiva ancora. “Holmes… io…” La voce di Watson gorgogliò dalle parti dell’armadio.

Holmes saltò in piedi di riflesso, la bacchetta levata nella mano destra. Un John Watson assolutamente identico all’originale arrancava faticosamente nella sua direzione, una mano premuta sul petto; tra le dita scorrevano, riversandosi sul dorso, rivoletti di sangue così rosso e denso da sembrare finto. “Holmes, mi… mi dispiace” annaspò il finto Watson. “Non avrei dovuto… insistere per… seguirti…”

“Sinceramente” mormorò Holmes, livido, stringendo la presa intorno alla bacchetta. “Puoi fare di meglio.”

Il finto Watson cadde in ginocchio, ma Holmes non dissipò l’illusione, curioso di vedere fin dove si sarebbe spinta, anche contro se stesso. L’ultima volta che aveva incontrato un Molliccio, ai tempi di scuola, si era tramutato nel professor Moriarty. I suoi compagni erano rimasti molto sorpresi per un momento, poi ne avevano tratto ispirazione per futuri dileggi. (Dunque perfino Sherlock Holmes, l’arrogante che parlava agli insegnanti da pari a pari, temeva Moriarty, il terribile professore di Incantesimi! Era stato il pettegolezzo più succoso della scuola per almeno un mese.) Quello che nessuno aveva dedotto era che il Molliccio non si era tramutato in un Moriarty qualsiasi, così come ora non stava rappresentando un Watson qualsiasi: nell’illusione dei suoi quindici anni, Moriarty lo chiamava un fallito e una delusione, e gli voltava le spalle. Ora, trent’anni dopo, Watson agonizzava in una pozza di sangue, colpito a morte per causa sua. Holmes non poté fare a meno di trovarvi un fil rouge.

“Holmes?” borbottò Watson, la voce rauca di sonno. “Che diavolo…?”

“Riddikulus” si affrettò a mormorare Holmes. Il finto Watson si drizzò in piedi, il sangue sul gilet scomparso, e il rivoletto che aveva preso a colargli dall’angolo della bocca trasformato in un’altra sostanza, bianca e collosa come albume d’uovo. Il finto Watson si asciugò il mento con una mano e per un attimo ebbe un’espressione oltraggiata talmente simile a quella dell’originale, che contemplava la scena con sorpresa e disgusto, che Holmes dovette ricordare a se stesso qual era quello genuino.

“Holmes, sei una creatura ripugnante” disse Watson dal divano.

Il Molliccio esitò per un attimo nella sua direzione, incerto se cambiare bersaglio, ma Holmes lo respinse verso l’armadio e richiuse le ante con un tonfo.

“Ognuno si diverte come preferisce” ribatté, a mo’ di sottolineatura.

Watson si rimise disteso, stendendo le lunghe gambe sotto la coperta. “Che ore sono?” borbottò.

“Le due e mezza.”

“Sei tornato da molto?”

“Pochi minuti. Mi dispiace di averti svegliato. Torna a dormire, amico mio – russavi magnificamente.”

“Mmmmm.” Watson batté il palmo sul bordo del divano per fargli cenno di sedere vicino a lui. “Com’è andata la giornata? I ragazzi?”

“Orribili come al solito. Sto seriamente considerando la possibilità di lasciare l’incombenza della loro educazione a gente con più pazienza e tempo da perdere del sottoscritto. Conosco un mago o due, a Whitehall, completamente inutile perfino come Auror, che sarebbe ben felice di rilevare la cattedra di Difesa Contro le Arti Oscure.”

“Non puoi” rispose Watson, placidamente. “Non devo ricordarti perché non puoi.”

“No, non devi” disse Holmes. “Ti sarei grato se non lo facessi.”

“Non lo farò.”

“Molto obbligato.”

Rimasero in silenzio per un minuto o due. Watson aveva appoggiato una mano sul ginocchio di Holmes, e ora gli accarezzava pigramente la parte bassa della coscia. Nessuno dei due sembrava avere molta fretta di andare a letto, nonostante l’ora tarda e le lezioni mattutine del giorno dopo.

“Che io muoia? È questa la tua più grande paura?” disse Watson, all’improvviso.

Holmes fece una smorfia e roteò gli occhi.

“Non dobbiamo parlarne” si affrettò ad aggiungere Watson. “È solo… Mi lusinga, in un certo modo.”

“Watson, in fede mia, sei la persona più…”

“Sdolcinata, lo so.”

“… letterale che io abbia mai conosciuto.”

Watson corrugò la fronte. “Sembra un insulto, ma non ne sono sicuro.”

“Per quanto grottesca e ben riuscita,” disse Holmes, con il tono paziente di un maestro a uno scolaro un po’ lento, “quella è solo la forma che il Molliccio ha scelto per concretizzare un sentimento astratto, teorico. Sei stato preso a prestito, se non ti dispiace questa espressione, per rappresentare una cosa che non ha forma né immagine, perché è puro pensiero.”

“Sarebbe a dire?” lo incalzò Watson, non del tutto convinto.

“Inefficienza” rispose Holmes. “Come hai ritenuto di informarmi in un ristretto ma significativo numero di occasioni, io sono un egocentrico. Tutto ciò che mi circonda afferisce a me stesso, in una maniera o nell’altra. La tua dipartita, sia pure un evento tragico e un lutto dal quale difficilmente saprei trovare consolazione, avrebbe principalmente l’effetto di lasciarmi sprovvisto di compagnia. Ed entrambi sappiamo che la mia efficienza è pressoché dimezzata quando lavoro da solo.”

“Certamente potresti trovare un altro compagno per riportare la tua efficienza ai livelli consueti.”

“Ne dubito. Una nuova conoscenza dovrebbe abituarsi alle peculiarità del mio carattere, col rischio non indifferente di trovarmi alla fine una compagnia indesiderata. E viceversa. Sarebbe un processo lento e sgradevole per entrambe le parti.”

Watson lasciò scivolare la mano, che per tutto il tempo aveva mantenuto il suo lento movimento sulla coscia su Holmes, un pollice più su. Holmes si affrettò a posare la mano sulla sua, per fermarla o forse per trattenerla lì.

“Anche dopo quindici anni, Holmes, è sempre divertente vedere a quali vette di retorica ricorri pur di non ammettere di avere dei sentimenti.”

“Sciocchezze” rispose lui. “Sono un uomo. Sono rassegnato all’inevitabilità di provare sentimenti.”

“Ma non alla necessità di ammetterli” mormorò Watson, appoggiandogli la mano libera sulla spalla.

“Non vedo tale necessità.”

Watson sospirò. “È una fortuna, credo, che io abbia questa profonda certezza che tu mi ami, Holmes. Le cose potrebbero diventare difficili, altrimenti.”

“Hai bisogno che te lo dica?” sussurrò Holmes. “Dopo quindici anni?”

“No.” La mano di Watson scivolò sulla stoffa ruvida della giacca, e poi più sotto, sul gilet. Disfece il primo bottone, cercando la pelle calda e il battito del cuore attraverso la sottile barriera della camicia.

“Eri molto pallido” osservò, piano. Il battito era ben ritmato; un andante con brio.

“Davvero?” ribatté Holmes.

“Sì, e mi dispiace. Ti avrei avvertito, se fossi stato sveglio. A nessuno fa piacere imbattersi in un Molliccio a quest’ora della notte.”

“Non è nulla.”

Calò il silenzio.

“È molto tardi” disse Watson, massaggiando lentamente l’ala del pettorale sotto le dita. “Suggerirei di ritirarci.”

Ritirarsi, sì. Le loro camere erano in due zone opposte del castello. Uno avrebbe dovuto raggiungere l’altro, come avevano fatto finora; sarebbero stati necessari incantesimi di occultamento e di silenziamento; e naturalmente poi l’intruso avrebbe dovuto alzarsi presto per far ritorno indisturbato nei suoi appartamenti. E poi un nuovo giorno di lezioni, tempo sprecato, studenti tardi; e sarebbero stati fortunati se si fossero visti a pranzo, al tavolo dei professori, in vetrina come bambole nella sala stracolma, sempre che Watson non decidesse che il suo lavoro meritava, in effetti, anche il tempo della pausa pranzo – e di nuovo nel pomeriggio, e la sera l’avrebbe trovato addormentato su un divano o l’avrebbe raggiunto nel suo letto, e sarebbero andati avanti così per tutto il semestre fino a Natale. Holmes sospirò piuttosto rumorosamente.

Watson ritirò la mano e diede un colpetto di tosse imbarazzato. “Dimentica quello che ho detto, amico mio” disse tirandosi a sedere, “se ti incupisce così tanto.”

“No” disse Holmes, catturando la sua mano a metà della ritirata. “È solo un pensiero.”

“Dimmelo.”

“Rovinerebbe la piacevole atmosfera, temo.”

“Al diavolo l’atmosfera.”

Holmes accennò un sorriso. Si portò la sua mano alle labbra, baciandone il palmo e le dita. “Detesto dividerti con il resto della scuola. Baker Street, pur con tutti gli innegabili limiti della Londra Babbana, offre quantomeno un po’ di intimità.”

“È un periodo di verifiche” obiettò Watson. “Tra una settimana…”

“… le cose non saranno cambiate.” Lo guardò negli occhi, acutamente.

Watson sospirò. “Non credere che questo stato di cose mi faccia piacere, Holmes. Il Ministro è stato chiaro. Noi…”

“Sì, sì” mormorò Holmes. “Lo so. Tuttavia mi perdonerai se questa notte non intendo affrontare quattro rampe di scale per il solo privilegio di dormire nel tuo letto.”

Watson annuì. “Va bene” rispose, asciutto. “Capisco.”

“Ne dubito.” Si sporse per baciarlo, e mentre lo faceva tirò via la coperta e la gettò oltre la sponda del divano. Watson aveva fumato dopo cena, almeno un paio d’ore prima: l’aroma dolciastro del tabacco era rarefatto e si concentrava in prossimità dei baffi. Holmes li sfiorò con la punta del naso, posandogli un bacio sull’angolo della bocca. “Quello che intendo dire, mio caro, è che questa stanza andrà più che bene.”

“Qui?” ripeté Watson, guardandosi intorno. “Holmes, sei impazzito?”

“Nient’affatto. Se mi concedi un istante, ti dimostrerò che è una scelta ben più sicura del nostro usuale andirivieni da un’ala all’altra del castello.”

Watson rimase a guardare mentre Holmes bloccava la serratura della porta ed evocava due o tre incantesimi di allarme intorno alla soglia; silenziò l’intera stanza e oscurò le finestre e la fessura sotto la porta, cosicché la luce non filtrasse nel corridoio. Infine ripose la bacchetta nella tasca della giacca e se la sfilò, gettandola sulla sedia più vicina.

“Devo ammettere, Holmes, che mi hai convinto” mormorò Watson, iniziando a sbottonare il gilet.

Holmes sorrise lento. “Ne ero certo.”



+ + +



Nota: So che il Molliccio sta nell'armadio nella sala dei professori un secolo dopo, ma non deve essere necessariamente lo stesso Molliccio; d'altra parte, l'occasione di sputtanare le paure segrete di Holmes era troppo ghiotta perché me la lasciassi scappare.

Scandal in Bohemia

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