scandalinbohemia: (Default)
[personal profile] scandalinbohemia
Titolo: Gemelli
Fandom: Jeeves & Wooster
Personaggi/Pairing: Bertie, Rupert, Bertie/Vince (OMC/OMC)
Rating: PG
Conteggio Parole: 823 (W)
Scritta per: Bridge Challenge @ [livejournal.com profile] fanfic_italia, opposizione: fluff/angst
Note: Una piccola serie di quadri sull'infanzia e la giovinezza dei gemelli Bertie e Rupert (OCs). Le scenette sono di 200 parole ciascuna; e sì, il compleanno di Bertie e Rupert è lo stesso giorno di Hugh Laurie e di Bertie sr.


11 giugno 1930


Un anno

Tutti dicevano che Bertie, col caratterino che si ritrovava, avrebbe fatto il politico o l’avvocato, o magari l’ufficiale dell'esercito come suo padre. Nella culla che divideva con Rupert (il quale si contentava di sonnecchiare e strappare sospiri tremuli a ogni donna nel raggio di un miglio), era Bertie quello sempre sveglio, sempre attivo, orgoglio del padre e tormento della madre, di balie e cameriere.

Il giorno del loro primo compleanno, li sistemarono uno accanto all’altro dietro una torta a cinque piani con un piccolo unicorno di marzapane in cima. Il corno era una candelina ritorta con la punta accesa; a rigor di logica sarebbero dovute essere due, una per ciascuno, ma gli ospiti si sarebbero confusi. Quando si spensero i lampadari, Bertie perse improvvisamente tutta la sua baldanza e si aggrappò al braccio di Rupert, che stava eretto sulla sua sedia come un primo ministro al suo discorso di insediamento a Westminster.

Quello che successe dopo non è chiaro: forse Rupert tentò di spingerlo via; fatto sta che Bertie sollevò l’avambraccio paffuto del fratello e vi affondò (con gusto, ricorda sempre lo zio Bertie) gli incisivi da latte appena spuntati.

L’ombra sbiadita della cicatrice era ancora lì vent’anni dopo.



11 giugno 1931


Due anni

La prima parola di Rupert fu “papà”. La gridò quando la Aston Martin imboccò il vialetto di casa, e la ripeté ininterrottamente lungo il corridoio e le scale, portato in braccio dalla cameriera che temeva d’essere rimproverata se il momento magico si fosse spento prima di arrivare dal padrone.

“Pa – pa” disse a Bertie quella sera, mentre giocavano nel box. La sua voce aveva una decisa e insolita nota di sfida. Bertie gli tirò in faccia un dado di gomma.

La prima parola di Bertie arrivò col suo secondo compleanno. Bertie, che aveva un disperato amore per il cipollone di Jeeves, era sistemato comodo sulle sue ginocchia e giocava felice.

“Jeeves, mio adorato, tu mi nascondi qualcosa” disse lo zio Bertie, osservando il bimbo trovare a colpo sicuro il bottone che apriva il coperchio. “Mi dispiace gettare ombre sulla tua reputazione, ma Al è la tua copia carbone. Stessi capelli, stessi occhi, sguardo vispo, testa grossa come un melone. Intelligente come un bracco da caccia. Tra un po’ comincerà a leggere Spinoza.”

“’Pinoda” balbettò Bertie.

Lo zio Bertie e Jeeves si guardarono.

“’Pinoda” ripeté Bertie. “’Pinoda!”

“Be’” disse lo zio, dopo un lungo silenzio. “Almeno non ti ha chiamato ‘papà’.”


11 giugno 1940


Undici anni

Bertie e Rupert giocavano ancora al re e allo schiavo. Rupert, che a furia di cavalcate e lezioni di boxe si era irrobustito e sembrava il più vecchio, faceva il re. I più attenti avrebbero forse potuto notare che la sua amministrazione della giustizia tendeva verso una sistematica quanto infruttuosa eliminazione delle debolezze di suo fratello. Ma Bertie non aveva interesse per gli editti che obbligavano l’intera popolazione del regno (cioè, lui) a eseguire cinquanta flessioni o cento giri di campo intorno alla fontana; gli ordini più faticosi li evitava urlando “Rivoluzione socialista!” e lanciandosi contro Rupert, che in trenta secondi lo metteva sotto.

Duecento flessioni, schiavo” ordinava il re.

“Sporco capitalista!” gridava Bertie, sputacchiando.

“Un giorno mi ringrazierai” rispondeva Rupert, nel tono saggio di papà.

Se lo zio era in visita, a quel punto appariva Jeeves. Occupava discretamente una panchina con un libro tra le mani e osservava senza disturbare, solo accertandosi che i metodi educativi di Rupert non trascendessero.

“Zio, zio Jeeves” lo chiamava Bertie, almeno fino al giorno in cui Rupert – esasperato dallo schiavo ribelle – gli disse di smetterla, perché Jeeves non era suo zio, era il servo dello zio.

Bertie non lo chiamò mai più così.


11 giugno 1951


Ventidue anni

A Rupert non piaceva Vince. Non aveva niente in particolare contro di lui, e Bertie preferiva pensare che semplicemente non lo conoscesse abbastanza, ma era chiaro che non l’aveva in simpatia. Il modo in cui lo trattava, specie quando lo sorprendeva a chiacchierare con Bertie, era eloquente.

“Sadler, hai del lavoro da sbrigare, mi pare. O no?”

Bertie amava suo fratello, ma lo preferiva in caserma.

Quando Abigail gli disse che avrebbe preferito sposare una gelatina ammuffita da quattro giorni piuttosto che lui, Albert Solomon Wooster, viscido e ignobile verme schifoso, ebbe cura di farlo nel salone di fronte alla sua famiglia, ai parenti, ai camerieri e agli invitati tutti.

“Ma in nome del cielo, Bertie, cosa le hai fatto?” chiese Charlotte Hambleton, la fidanzata di Rupert.

“Niente” rispose Bertie, comprimendo le labbra in una severa riga orizzontale. “Scusatemi. Vado… vado a parlarle.”

Mentre si dirigeva all’ingresso delle cucine, invece, pensava Grazie, grazie, grazie, Jeeves. A parte tutto il resto, sposare una pazza vegetariana gli avrebbe rovinato lo stomaco.

Abbracciare Vince fu totalmente istintivo; un gesto dettato dall’urgenza e dal sollievo di rivederlo a pericolo scampato. Baciargli la guancia fu ugualmente spontaneo.

Vince sorrise.

Rupert, dal fondo delle scale, no.

Scandal in Bohemia

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