scandalinbohemia: (Default)
[personal profile] scandalinbohemia
Titolo: Messaggi (Messages)
Autore: [livejournal.com profile] elapsedspiral
Traduttore: [livejournal.com profile] fiorediloto
Fandom: Axis Powers Hetalia
Pairing: Ludwig/Feliciano (Germania/Italia)
Parte: 3/7
Rating: PG
Spoiler: Posto che non credo che Hetalia si possa spoilerare e che non conosco il manga, direi che l'unico spoiler è per tutta la serie di Chibitalia fino al "bacio". (N.d.T.)
Fic originale: qui (& sgg.)
Permesso di traduzione: qui
Note dell'autore: In fondo al testo.
Nota del traduttore: Un piccolo elenco dei personaggi della storia e dei loro nomi propri a uso degli smemorati e dei non addetti ai lavori:

Ludwig: Germania
Feliciano Vargas: Nord Italia
Lovino Vargas: Sud Italia
Francis Bonnefoy: Francia
Kiku Honda: Giappone
Arthur Kirkland: Inghilterra
Alfred F. Jones: USA
Ivan Braginski: Russia
Gilbert Beilschmidt: Prussia (Germania dell’Est)
Matthew Williams: Canada


*


Feliciano fece in modo di andarsene prima che Francis sentisse del litigio. Lasciò il denaro con cura in mezzo al tavolo, posando i soldi per il taxi in cima, come mancia. Si versò un bicchiere abbondante di vino e lo bevve, rapidamente, come un tedesco.

Non appena ebbe lasciato il boulevard, si permise di cominciare a piangere. I singhiozzi avevano un suono orribile alle sue orecchie, un suono doloroso e aspro che inciampava nella gola e lo faceva tossire. Si sentiva scottare la faccia e gli occhi bruciavano. Era quasi come se il pianto provenisse direttamente dal suo stomaco. Si strinse nelle spalle mentre camminava verso casa, rapido e alla cieca, entrando e uscendo dalle pozze di luce dei lampioni.

Difficile tentare di definire come si sentisse. Arrabbiato, forse, perché gli avevano gridato contro e l’avevano umiliato alla sua festa; turbato, anche, che l’altro non fosse riuscito a fidarsi di lui, ad avere fede in quello che Feliciano diceva, per quanto strano potesse sembrare. Ma c’era qualcosa di più di questi sentimenti o perfino della loro somma: era la sensazione di essere pieno di cibo cucinato splendidamente e al tempo stesso infelice, di aver sorriso e riso per ore e adesso sentirsi freddo e senza voglia di scherzare.

L’unico modo di classificare queste sensazioni era in quanto contrario dell’amore: disperazione, quindi. Era disperato mentre tirava avanti, ignorando gli sguardi che catturava su di sé.

Verso il mattino presto arrivò a casa. L’acqua alta era peggiorata in sua assenza e lo stringeva alle gambe fino a metà caviglia, melmosa come un’alga, mentre si faceva strada nel vialetto fino alla porta. Sopra di lui, la luce della luna si spostava continuamente, mandando sprazzi e chiazze di luce sporca sui suoi edifici.

Entrò senza asciugarsi le scarpe o la faccia. Invece si diresse istintivamente alla camera da letto, dove si sfilò le scarpe con le dita dei piedi e lasciò cadere la giacca sullo schienale di una sedia prima di montare sul letto e raggomitolarsi su se stesso. La posizione sembrò calmare il suo stomaco brulicante, in subbuglio; ma non aiutò la mente. La mente si soffermò su quanto sembrasse alieno ora il suo letto, perfino nell’odore, dopo giorni e settimane di disuso. Le lenzuola senza pieghe profumavano di sapone da bucato, non di lui, come se si fosse disteso in un letto d’albergo.

Con la faccia contorta e gli occhi chiusi stretti, Feliciano cercò di costringersi a dormire solo per scoprire che il pianto continuava, più forte che mai. Era curioso come i singhiozzi sembrassero provenire da una qualche parte infaticabile del suo essere, capace di ignorare la spossatezza che sentiva nella mente e nelle gambe.

Il trillo del suo cellulare lo fece sobbalzare. Alla cieca, le mani tremanti per qualcosa di simile alla paura, alla completa vergogna, lo spense e con un grido lo lanciò dall’altra parte della stanza. Il rivestimento cadde sul pavimento di pietra con un “crack” perforante.

Più tardi, sentì suo fratello entrare nella stanza. Nervosamente, l’uomo gli posò un bacio gentile sul capo, seguito, a quanto Feliciano poté distinguere, da un’imprecazione sottovoce. Per tutto il tempo, lui tenne gli occhi chiusi.

Quando il sole iniziò ad alzarsi, ripulendo la stanza della luce sporca e acquosa della luna annegata, si addormentò.


*


Una mano giocherellava con la cravatta mentre occhieggiava il grande orologio appeso al muro opposto, sopra il tavolo delle conferenze. Mancavano cinque minuti all’inizio della riunione e due posti erano ancora vuoti.

Continuò a far scivolare la cravatta intorno al colletto, sentendola allentarsi sempre di più col movimento. Il suo sguardo si spostò dall’orologio alle sedie vuote, dove divenne fisso e vitreo. Erano in ritardo. Ma loro erano sempre in ritardo.

“Ludwig-san?”

Ludwig lanciò uno sguardo a Kiku, come se l’avessero risvegliato da una trance.

“Sì?”

“È passata l’ora in cui dovrebbe cominciare la riunione.”

Sentendo gli occhi delle altre sei nazioni puntate su di lui, controllò l’orologio ancora una volta: cinque minuti della riunione erano già passati.

“Sì. Certo. Per favore, aprire i vostri documenti.”

L’atmosfera sterile della stanza fu parzialmente rotta da uno sfogliare di carta e da un rumore di bibite.

Dopo aver seguito la propria indicazione, Ludwig sentì la mente tornare a quella che stava diventando una piega piuttosto consumata: l’affermazione di Feliciano. Si conoscevano da prima, aveva insistito. Il pensiero era strano, in quanto a Ludwig non sembrava un’idea sgradevole. Un’infanzia passata con Feliciano, lontano dalla guerra e dal bisogno di ordine e azione, sembrava una cosa piuttosto piacevole. Ma di fatto restava un’idea assurda. Non aveva avuto infanzia, quale che fosse il motivo. Ricordava il 1871, e niente prima di esso, semplicemente perché niente era esistito per lui prima di quella data. L’affermazione di Feliciano era solo questo: un’affermazione, non basata su fatti o prove.

“Dove sono gli italiani?” sentì Arthur sussurrare ad Alfred.

“In ritardo? Non lo so.”

Si risvegliò dal suo sogno a occhi aperti. “Se voleste andare a pagina quattro del documento e considerare per un momento le statistiche riportate riguardo i costi di spostamento.”

“Quale pagina è quattro?” interrogò la voce di Ivan, divertita. “Non penso che io vedo una.”

“Cosa?” Ludwig si preparò a indicare all’altro la pagina giusta. “È il documento che contiene un diagramma di…” Iniziò a sfogliare il proprio fascicolo. I numeri delle pagine saltavano da tre a cinque. Guardò nella valigetta, corrugando la fronte, scoprendo che non conteneva altri documenti. “Ah. Sembra che non abbia portato quella pagina. Vi invierò i dettagli via e-mail. Andiamo avanti: se poteste passare a pagina tre, invece.”

Ma non era del tutto vero, obiettò una piccola, silenziosa parte di Ludwig. Era naturale che l’affermazione di Feliciano fosse senza fondamento. Sapeva della cicatrice. D’accordo, c’era il fatto che l’altro l’aveva visto nudo, più volte di quante gli piacesse pensare, e certamente più volte di quante fosse adeguato per degli ex-alleati, ma che avesse notato quella particolare cicatrice? Era così piccola, la linea bianca a malapena distinguibile sul tono normale della sua pelle. Bisognava cercarla con lo sguardo, sapendo bene che c’era.

“Non si sono proprio disturbati a venire, a quanto pare,” borbottò Arthur, aggiungendo con un’occhiata a Francis: “Potresti provarci anche tu qualche volta”.

“È troppo presto per litigare, Sopracciglia.”

Ludwig passò lo sguardo sul documento per familiarizzare di nuovo col contenuto, grattandosi il mento mentre lo faceva. Era stranamente ruvido al tocco, notò, rendendosi conto solo un momento dopo della ragione: non si era fatto la barba. Strinse la bocca in una linea ferma come per compensare quello che sentiva essere, senza dubbio, un aspetto poco professionale.

“È chiaro che l’anno passato abbiamo,” guardò di nuovo la pagina, “abbiamo aumentato il nostro…”

Una mano si alzò all’angolo della sua visuale; prima che potesse commentare, una voce forte risuonò con essa.

“Ehi, Ludwig, posso parlarti fuori?”

Non era una cosa abituale, ma, stupito, Ludwig si lasciò trascinare da Alfred nel corridoio. Il più giovane attese finché la porta non si fu richiusa completamente dietro di loro prima di parlare in un sussurro onesto ma rumoroso.

“Stai bene?”

“Benissimo.” Ludwig snocciolò la risposta senza pensarci.

“Sembri un po’… assente, oggi.”

“La mia stampante si è rotta. È per questo che i documenti sono sbagliati.”

Alfred fece una smorfia evidente alla bugia. “D’accordo. Volevo solo essere sicuro, tutto qui. Ora, non sentirti insultato o altro, ma ho fatto una votazione rapida mentre tu cercavi pagina cinque…”

“Pagina quattro.”

“Sì, quella – e abbiamo deciso che dovresti andare a darti una rinfrescata.” Alfred continuò prima che Ludwig potesse interromperlo, con violenza. “Non avremo problemi senza di te…”, proseguì, aggiungendo diplomaticamente: “Sai, solo per questa volta”.

Ludwig si concesse un minuscolo sospiro.

“Molto bene. Apprezzerei se poteste inviarmi tutti i dati o i dettagli di ogni problema pertinente sollevato quest’oggi.”

“Certamente. Tu, Feliciano e Lovino: tutto coperto.”

Rientrarono, scoprendo che era iniziato un basso borbottio di conversazione. Si spense quando il gruppo guardò Ludwig riunire le sue cose e andarsene con un semplice cenno di saluto. La porta si chiuse dietro di lui e cadde un momento di silenzio.

“Allora,” Arthur batté le mani insieme con aria di aspettativa, “pranzo lungo, eh?”


*


Note dell’autore:

“lo bevve, rapidamente, come un tedesco” – Uno stereotipo, senza dubbio, ma da quello che ho letto sembra che gli italiani vedano l’alcool come parte integrante della vita quotidiana e come qualcosa che accompagna i pasti, mentre i tedeschi (e gli inglesi) amano bere per il piacere di bere.

“posando i soldi per il taxi in cima, come mancia” – Non riesco a smettere di pensare che nel mondo di Hetalia le nazioni si muovano tra loro piuttosto rapidamente. Deve pur esserci qualche vantaggio nell’essere l’incarnazione di una nazione intera XD.

“Qual pagina è quattro?” interrogò la voce di Ivan, divertita. “Non penso che io vedo una.” – Nel mio personal canon, Ivan non parla l’inglese molto bene (e non gli importa neanche, perché tutti diventeranno una cosa sola con lui in ogni caso).

“Allora.” Arthur batté le mani insieme con aria di aspettativa. “Pranzo lungo, eh?” – La lunga pausa pranzo probabilmente andò come segue:

Arthur e Alfred: andarono al MacDonald’s.
Francis: andò a casa a mangiare del cibo vero.
Kiku: si preparò il suo bento.
Ivan: sgattaiolò nella Chinatown più vicina.
Matthew: alla fine Francis si ricordò di lui e lo invitò a casa sua.
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