scandalinbohemia: (Default)
[personal profile] scandalinbohemia
Titolo: Messaggi (Messages)
Autore: [livejournal.com profile] elapsedspiral
Traduttore: [livejournal.com profile] fiorediloto
Fandom: Axis Powers Hetalia
Pairing: Ludwig/Feliciano (Germania/Italia)
Parte: 5/7
Rating: PG
Spoiler: Posto che non credo che Hetalia si possa spoilerare e che non conosco il manga, direi che l'unico spoiler è per tutta la serie di Chibitalia fino al "bacio". (N.d.T.)
Fic originale: qui (& sgg.)
Permesso di traduzione: qui
Note dell'autore: In fondo al testo.
Nota del traduttore: Un piccolo elenco dei personaggi della storia e dei loro nomi propri a uso degli smemorati e dei non addetti ai lavori:

Ludwig: Germania
Feliciano Vargas: Nord Italia
Lovino Vargas: Sud Italia
Francis Bonnefoy: Francia
Kiku Honda: Giappone
Arthur Kirkland: Inghilterra
Alfred F. Jones: USA
Ivan Braginski: Russia
Gilbert Beilschmidt: Prussia (Germania dell’Est)
Matthew Williams: Canada


*


“Chiamata in arrivo: Ludwig!

Chiamata terminata.”


Feliciano si sentì un paio d’occhi addosso; alzando lo sguardo dal cellulare colse una donna di mezza età che lo guardava con curiosità dal tavolo del caffè accanto al suo nella piazza allagata. Con cautela posò il cellulare sul tavolo, tenendolo nel palmo così da evitare che il rivestimento crepato si spaccasse completamente in due. Il sorriso che lanciò alla donna fu del tipo che una ragazza americana aveva detto la faceva “sciogliere”.

C’erano un certo numero di differenze in questo incontro, ovviamente; il tempo era ancora freddo e umido, non proprio adatto a un incontro galante; la donna portava chiaramente la fede e Feliciano si sentiva fin troppo consapevole dei suoi occhiali da sole, la cui montatura metallica era appiccicosa per via del freddo, gli aderiva alla pelle e gettava un’ombra afosa e tetra tutto intorno. Di conseguenza, il suo sorriso si ritirò dall’estranea in un’espressione pensosa e preoccupata piuttosto che in uno sguardo assorto da colpo di fulmine. Lei indicò il suo cellulare.

“Continua a suonare, vero?”

Lui ascoltò per un attimo il mare, il vero motivo per cui era venuto in piazza, e cercò di affondare nei suoi rumori soffusi, i suoi bisbigli e i suoi sibili. Ogni volta che aveva cominciato a rilassarsi, il cellulare aveva suonato, trascinandolo via da quel pacifico oblio per ascoltarne i piccoli trilli ostinati.

“Sì, mi sa di sì.”

Per un momento, la donna preferì muovere i cubetti di ghiaccio nella sua limonata, come meditando di fargli altre domande. Lui guardò timidamente nella sua direzione attraverso gli occhiali, sperando in silenzio che sentisse il bisogno di continuare.

“Hai pensato di bloccare il numero?”

“Oh, no. Non è che non voglia parlarci mai più.”

“Quindi è stato un litigio.” La donna indicò di nuovo il cellulare.

Era un pensiero interessante, uno che la sua mente stanca cercò di analizzare. “In un certo senso. Ma non sono sicuro. Più che altro, è stata una specie di fraintendimento.” Alzò le mani in un gesto confuso. “È difficile da spiegare.”

“Non devi.”

Lo sguardo di Feliciano studiò il tavolo e notò di nuovo il suo caffè. Forse quello spiegava anche la curiosità della donna: da quando l’aveva ordinato non l’aveva toccato. Ne bevve un po’, trovandolo tiepido ma piacevolmente forte. “No, ma voglio. È successo che ho detto delle cose, e l’altra persona – non ha capito. Si è arrabbiata.”

“Quindi è colpa sua?”

“No.” Feliciano si appoggiò indietro sullo schienale e chiuse gli occhi dietro gli occhiali scuri; dietro le palpebre tenere e arrossate, riuscì a catturare nella mente l’espressione di Ludwig quando aveva lasciato il ristorante. L’aveva tormentato mentre si addormentava la notte prima, poi ieri e mentre vagava per le sue strade, prima di fermarsi qui a San Marco. Gli occhi di Ludwig – sempre la parte più espressiva del suo volto, la parte che sembrava incapace di governare come faceva con la bocca, stretta nella sua linea sottile e autoritaria – avevano brillato di paura. C’era stata anche rabbia, ma Feliciano non riusciva a non percepire che quella rabbia non era riservata a lui.

“Non sono sicuro che sia colpa di qualcuno. Se c’è, è mia perché avrei dovuto dire che capivo.”

Il modo in cui la donna sembrava sapere quando la stava guardando lo fece sorridere imbarazzato; lei lo fissò con uno sguardo penetrante. “Sembra amore.”

La risata che uscì suonava ancora logora ed esausta alle orecchie di Feliciano, e come risultato la lasciò sfumare nel nulla. Non era pronto a ridere, sentì, non ancora. Si accontentò di un sorriso sfinito.

“Sembra pazzia. Ma l’amore è pazzia.” Finì il suo caffè quasi freddo, cercando di procurarsi un qualche effetto placebo, di spingere il suo corpo a sentirsi nuovamente sollevato e riposato. “Devo andare.”

“Scusa se mi sono intromessa.”

“No.” Senza esitazione, raggiunse il tavolo della donna e timidamente le diede un bacio delicato sulla guancia. “Non si è intromessa. Non era obbligata a ascoltarmi, comunque; quindi grazie.”

Mentre faceva per andare, controllando nelle tasche di avere il cellulare e le altre cose, la donna parlò un’ultima volta.

“Se può aiutare…”

“Sì?” Feliciano la guardò con curiosità.

“Be’, sono più vecchia di te; mi piacerebbe pensare di aver imparato un paio di cose nella vita” disse. “Tu farai quello che vuoi, ovviamente, e dovresti, ma volevo solo dirti… dai un po’ di tempo alle cose. Aspetta un po’. Tutto andrà a posto se lasci fare.”

Le parole gli punsero il petto; lo rinvigorirono come il caffè non era riuscito a fare. Con una mano leggermente incerta, Feliciano si sfilò gli occhiali da sole e sbatté le palpebre all’estranea di fronte a lui, guardandola con gli occhi arrossati.

“Spero di sì – penso che è così che va il mondo. Ciao*.”

Si diresse verso casa. I polmoni erano stanchi e carichi dopo tanti singhiozzi, le palpebre appesantite e gonfie, ma posò gli occhiali in una tasca della giacca e guardò su, al cielo grigio e nauseante, noncurante di come facesse bruciare i suoi occhi.


*


“Il numero da lei composto non è raggiungibile.”

Ripose il cellulare nella tasca e tornò a osservare l’arco curvo della porta di casa di Feliciano. Con una stretta di tensione nel petto, vide la porta umida e luccicante aprirsi intorno a un giovane.

Ma vai a quel paese*, macho bastardo.” Ludwig lasciò che il suo sguardo tornasse senza espressione sulle mattonelle del lastricato. Il gesto servì a rendere il cipiglio di Lovino ancora più intenso. Si avvicinò cautamente a Ludwig, gli occhi stretti in un’aria di sospetto e di accusa, cercando di catturare l’attenzione dell’altro.

“Ehi! La capisci una parola che non sia ‘allenamento’, idiota?”

“Sì.”

Ludwig non era riuscito a bussare alla porta. In alcuni momenti, durante il suo viaggio silenzioso e mattiniero in macchina verso Italia, aveva accostato e pensato di tornare a casa. Ogni volta la reazione era stata ispirata da una sensazione di disagio dentro di lui, che lo stringeva quando rifletteva sulla meta del suo viaggio: si stava avvicinando alla verità. Ogni volta, quando si sentiva sempre più certo che la risolutezza l’avesse abbandonato del tutto, aveva ricordato a se stesso dell’altra cosa che lo aspettava a destinazione: Feliciano. A quel pensiero, spingeva violentemente giù la freccia, si guardava sopra la spalla e velocemente tornava in corsia, reimmettendosi nel traffico.

Ma bussare alla porta era stato un gradino troppo in là. Aveva provato, dirigendosi con determinazione alla piccola, modesta entrata con la vernice verde scheggiata, solo per ritrovarsi coi crampi allo stomaco e le nocche che si rifiutavano di colpire il legno. Eppure, quando aveva deciso di allontanarsi, immergersi per un po’ nella città, era solo riuscito a spostarsi di due edifici prima di cominciare a guardarsi indietro da sopra la spalla, come per controllare che quell’ingresso familiare fosse ancora lì, immutato. Ora aveva scelto di restare semplicemente lì e aspettare.

Ritrovando la voce, si rivolse a Lovino. “Lui è…”

“Come se te lo direi,” fu la rapida risposta di Lovino, che aggiunse, con soddisfazione: “È fuori. È andato a fare la spesa, quindi dovresti tornartene da dove sei venuto. Ti rifaccio la dentatura*.”

“Voglio dirgli che…”

Contaballe* – risparmiatelo.” L’altro sembrava pronto a sputargli addosso. “Se sei ancora qui quando torno…”

“Okay.” La sua interruzione impassibile alimentò la rabbia di Lovino, e lo condusse rapidamente fuori e oltre il ponte più vicino fino all’altro lato della strada in un gelido silenzio.

Qualche tempo dopo il suo cellulare vibrò con un messaggio da “Feliciano Vargas”.

La nausea di Ludwig si accese e raggiunse il culmine, come se il suo intero corpo fosse stato sballottato di qua e di là in una barca, quando costrinse il dito ad aprire il messaggio e lesse il contenuto.

Conteneva una sola parola: “Ciao”.

Un momento dopo, come per un ripensamento o come prova dell’indecisione di un istante, seguì un altro messaggio. Ludwig riuscì ad aprirlo un po’ più rapidamente del primo.

Poté solo annuire alla frase che conteneva:

“Ich liebe dich.”





(*) In italiano nel testo. (N.d.T.)



Note dell’autore:

“Ich liebe dich.” – (probabilmente parla da sola) Ti amo.

“nella piazza allagata” – Piazza San Marco allagata. Chiedo scusa se non ci sono caffè nella piazza, ma penso che sarebbe un posto dove Feliciano andrebbe per stare in pace e da solo.

“Lui ascoltò per un attimo il mare, il vero motivo per cui era venuto alla piazza” – Ho letto un articolo che afferma che un Doge di Venezia gettò un anello nel mare per simboleggiare il matrimonio tra Venezia e il mare. L’ho preso come ispirazione per suggerire che Feliciano trova rilassante stare vicino al mare.

“Senza esitazione, raggiunse il tavolo della donna e timidamente le diede un bacio delicato sulla guancia.” – Una cosa da Feliciano, non un’abitudine italiana, ovviamente.
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Scandal in Bohemia

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