scandalinbohemia: (Default)
[personal profile] scandalinbohemia
Titolo: Messaggi (Messages)
Autore: [livejournal.com profile] elapsedspiral
Traduttore: [livejournal.com profile] fiorediloto
Fandom: Axis Powers Hetalia
Pairing: Ludwig/Feliciano (Germania/Italia)
Parte: 6/7
Rating: PG-13
Spoiler: Posto che non credo che Hetalia si possa spoilerare e che non conosco il manga, direi che l'unico spoiler è per tutta la serie di Chibitalia fino al "bacio". (N.d.T.)
Fic originale: qui (& sgg.)
Permesso di traduzione: qui
Note dell'autore: In fondo al testo.
Nota del traduttore: Un piccolo elenco dei personaggi della storia e dei loro nomi propri a uso degli smemorati e dei non addetti ai lavori:

Ludwig: Germania
Feliciano Vargas: Nord Italia
Lovino Vargas: Sud Italia
Francis Bonnefoy: Francia
Kiku Honda: Giappone
Arthur Kirkland: Inghilterra
Alfred F. Jones: USA
Ivan Braginski: Russia
Gilbert Beilschmidt: Prussia (Germania dell’Est)
Matthew Williams: Canada


*


Poco dopo mezzogiorno un rumore di passi risuonò sul ponte. Quasi d’istinto, senza neanche guardare, Ludwig seppe che segnalava il ritorno del fratello giusto.

Si distolse imbarazzato dalla sua guardia della casa per seguire i passi del proprietario. Senza volerlo, il suo sguardo si concentrò sulla faccia dell’uomo, su quanto i suoi occhi sembrassero arrossati e sospettosi dopo averlo incrociato. Anche le sue guance, notò Ludwig, erano umide, seppure al momento non ci fossero lacrime.

Ludwig guardò, in silenzio, Feliciano passargli davanti con un brevissimo sguardo nella sua direzione, ed entrare in casa. Scomparve all’interno, richiudendosi la porta alle spalle. Il movimento smosse le gocce di pioggia sulla porta e le fece scivolare giù lungo la vecchia vernice che cadeva a pezzi, trovando nuove scanalature nelle quali intrufolarsi.

Difficile dire se passarono pochi momenti o minuti prima che la porta venisse aperta di nuovo, gentilmente. Feliciano riapparve, la faccia bagnata di qualche lacrima sparuta.

“Hai fame?” chiese, la voce gracchiante.

Ludwig scosse la testa.

“Sto preparando il pranzo, vedi,” continuò l’altro, rivolgendosi alle mattonelle sotto di loro. “Posso farti qualcosa.”

“No – grazie.”

“Okay.” Come ipnotizzato, Feliciano si voltò con passo esitante verso la porta aperta alle sue spalle.

“Per quanto... per quanto mi hai aspettato?” chiese Ludwig, strappandosi le parole di dosso prima che potessero sfumare nel nulla.

Feliciano vacillò visibilmente, allungando una mano per afferrare la maniglia bagnata di pioggia.

“Cosa?”

“Per quanto hai aspettato di dirmi che baciavi le mie ferite? Di allora?”

Le nocche di Feliciano impallidirono quando strinse la maniglia un po’ più forte. “Non voglio parlarne,” disse, con un tono autoritario che Ludwig l’aveva a stento mai sentito usare. “Non ha nessuna importanza. Hai detto che per te è una bugia. Va bene – ora però ho fame.”

“Dimmi per quanto tempo, per favore.”

Le lacrime cominciarono a rotolare lentamente, come svuotate di peso, giù lungo le guance appiccicose di Feliciano. “Ho fame.” Lo disse come per consolare se stesso, il tono non pietoso ma stanco. “Voglio solo... Adesso voglio andare a mangiare; per favore.”

“Devo sapere quanto tempo è passato,” insistette Ludwig, sentendo nelle parole la differenza di tono rispetto a due notti prima. Allora la sua insistenza era stata orribile, quasi dispotica, alimentata com’era da paura cieca e sconcerto. Adesso era delicata, e chiedeva il permesso.

Alla fine l’altro lasciò andare la maniglia, con riluttanza, come se stesse lasciando una stampella, e si voltò per affrontarlo appieno. Guardò su, negli occhi di Ludwig, le lacrime che rotolavano più veloci giù lungo il volto, raccogliendosi agli angoli della bocca, sgocciolando sul collo, imitando le gocce di pioggia dietro di lui che schizzavano nelle acque increspate del canale.

“Non così tanto, in realtà” bisbigliò.

Ludwig aspettò in silenzio che continuasse e, strascicando con aria imbarazzata i piedi e stringendosi debolmente nelle spalle, Feliciano continuò, la voce completamente distorta dai singhiozzi.

“Ho aspettato...” corrugò la fronte al pensiero sconfortante, “mille e trentacinque anni, sette mesi e ventidue giorni.”

La pioggia continuò il suo piatto picchiettio precipitando nel canale.

Ludwig fu quello che ruppe il contatto dei loro sguardi, guardando il canale mentre le sue acque sbattevano lentamente contro le soglie e i muri. Il petto iniziava a fargli male, notò; sentiva come una stretta e la sua faccia scottava.

“Oh.”

Come guardandosi da lontano, si rese conto che aveva cominciato a piangere. Non ricordava l’ultima volta che aveva pianto; lo sguardo sbalordito di Feliciano gli disse che l’occorrenza era aliena anche per lui.

Era questa la sensazione allora, se si lasciava che quella protezione, quel vetro si rompesse: cruda, insistente e immediata.

Ludwig si sentiva come in una recessione; come se stesse perdendo una guerra, come se il raccolto fosse stato scarso. Si sentiva come se ogni stagione non fosse nulla se non pioggia scrosciante e come se tutti i treni del mondo non sarebbero mai più arrivati in tempo. Nel profondo dentro di sé, sentì una piccola, sconfitta parte della sua mente desiderare disperatamente la fuga.

Fece un passo lento ed esitante verso Feliciano, colmando lo spazio tra loro, e cadde in ginocchio, sentendo la pioggia inzuppargli i pantaloni. Incerto, allungò le braccia e le avvolse intorno alla vita dell’altro. I suoi singhiozzi furono attutiti dal corpo di Feliciano.

“Mi dispiace.”

Sentì Feliciano irrigidirsi sotto il suo tocco cauto, quasi reverente. Sentì il modo in cui la sua bocca stupidamente articolava scuse insignificanti e strozzate.

Per un momento, rimasero così: Ludwig tremante, Feliciano immobile, e allora, come se una diga si fosse rotta, il movimento ritornò tutto d’un tratto al corpo dell’italiano. Con un sobbalzo, Ludwig sentì Feliciano prendere il suo capo con cautela in una mano, accarezzandogli i capelli con l’altra.

“Lo so,” mormorò. “Va bene.”

Con sforzo, Ludwig riuscì a chiedere: “Come fa ad andare bene?”

“Va bene e basta,” ripeté Feliciano, fermamente. “Ti perdono.” Un momento dopo, Ludwig sentì la mano che lo accarezzava arrestare il movimento, solo per poi colpirlo con forza sulla testa.

“Ah...”

“Perché sei mancato così tanto?” Era un suono bellissimo, la risata di Feliciano: triste eppure dolce, tracimava da lui dopo quella che sembrava un’assenza dolorosamente lunga. “Ho quasi rinunciato. Io... io ho amato altre persone mentre ti aspettavo: ma non ho mai smesso di aspettare.”

Ludwig sollevò la testa a sufficienza per posare un bacio timido e casto su una piccola striscia di pelle nuda tra la camicia di Feliciano e la fascia dei pantaloni. “Me lo merito. Mi dispiace.”

“Lo so. Lo so che ti dispiace.”

“Ma ancora non capisco – perché non me l’hai detto, quando ci siamo incontrati la prima volta?” Guardò il volto di Feliciano, ora quasi stordito da tutto quel piangere. La sensazione peggiorò vedendo Feliciano da quell’angolazione. “Perché non me l’hai mai detto? E chi ero io? Non so niente; mi dispiace, ma non lo so.”

“Alzati,” disse Feliciano, prendendo le mani di Ludwig e cercando di aiutarlo ad alzarsi meglio che poté. Sorrise, sembrando un po’ di più l’uomo che Ludwig conosceva; l’espressione adesso raggiungeva gli occhi. “Troppe domande per rispondere sotto la pioggia. Tu hai fame. Preparo il pranzo e poi possiamo parlare; ci vorrà un po’.“ Il suo sorriso si fece agrodolce. “E non sono sicuro di volerti dire tutto subito. Ma lo farò, prima o poi, promesso.”

Prese la mano di Ludwig nella sua con fermezza, come per catturarlo e guidarlo dentro.

La pioggia smise di cadere quando la casa si riempì del profumo di pasta.


*


Si diressero insieme alla porta d’ingresso. Dando al legno gonfiato una spinta, Feliciano la spalancò. I due si guardarono negli occhi, poi uscirono fuori all'aria aperta, fredda.

“Allora, stasera?” chiese Ludwig, riabbottonando il cappotto e buttandosi addosso la sciarpa che Feliciano aveva insistito per fargli prendere.

“Sì.”

“E ti andrebbe...”

Feliciano lo guardò, sorridendo dolcemente. “Sì, voglio restare per la notte.” Spinse in fuori il labbro per un momento prima di aggiungere. “Be’?”

“Be’, cosa?”

“Promettimelo. Promettimi che sarai lì quando arrivo.”

Ludwig si voltò per guardare Feliciano bene in volto. Nella sua mente mise insieme una risposta sincera. La lasciò lì non detta, prese il viso di Feliciano cautamente tra le mani e lo baciò. Sentì, con un caldo tremito di piacere, come l’altro muovesse le labbra morbide e piene contro le sue, e poi spostasse appena la bocca per posare un bacetto sul labbro inferiore di Ludwig.

Tirandosi indietro, annuì a Feliciano, lasciando che le sue dita percorressero i capelli sottili alla base della nuca dell’italiano, che accarezzò a mo’ di esperimento. Una parte di lui fece un disperato catalogo di tutte le nuove sensazioni prodotte dal tocco, la qualità e la consistenza delle ciocche sotto i suoi polpastrelli; un’altra parte, più forte, semplicemente si godette il contatto.

“Te lo prometto.”

Feliciano annuì. “E non metterci mille anni, okay?”

“Te lo prometto.”

“Ti perdono,” disse Feliciano, fermamente come sempre. “Quindi non dire mai più che ti dispiace. Ora vai a casa e fatti la barba: punge.”

Ludwig fece un passo indietro. Riluttante, lasciò scivolare le mani via dal viso di Feliciano e si voltò per attraversare il ponte e tornare in città a recuperare la macchina, spingendo le mani nelle tasche per mantenerle calde. Non si guardò indietro verso la casa, o il suo proprietario; piuttosto, sorrise alla prospettiva della serata di fronte a loro, rallentò il passo e si voltò a chiamare Feliciano, le parole che riecheggiavano debolmente tra i palazzi intorno a lui.

“Dillo. Solo un’altra volta, per favore. Quando lo dici mi sembra di ricordare.”

Sentì Feliciano sospirare, ma fu contento di notare che il suono era soffuso di piacere. “Sacro Romano Impero. Ora vai, o faremo tardi.”

Il tempo cominciava a migliorare, alla fine. Quando trovò e aprì la macchina, Ludwig sentì un accenno di primavera nell’aria, e la fine della pioggia.




Note dell’autore:


“Ho aspettato...” corrugò la fronte al pensiero sconfortante, “mille e trentacinque anni, sette mesi e ventidue giorni.” – Il Sacro Romano Impero si dissolse in qualche momento nel XIX secolo, credo, ma lo sto trattando come se sia stato verso la fine del X che il Sacro Romano Impero corse via per finanziare guerre constanti e non tornò più. Potrei sbagliare, ma non trovo altri dettagli nelle strisce di Chibitalia.

Scandal in Bohemia

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